Si riparte da Padova con la serie C
PADOVA.Il calcio professionistico riparte oggi da Padova con Cittadella-Sassuolo, anticipo della quinta giornata di ritorno del girone A di C/1. Era in calendario da più di 20 giorni, per esigenze tv (la diretta di Rai Sport Sat), ma cambia l'orario: le 15 anzichè le 20.45. Cosi ha voluto l'Osservatorio del Viminale e cosi sarà, d'ora in poi sino a nuova disposizione, per tutti gli anticipi e i posticipi dei campionati professionisti. Porte aperte al Tombolato, impianto abilitato per 4.000 spettatori, a norma comunque per la categoria. I tifosi che arriveranno nel Padovano dall'Emilia dovranno acquistare i biglietti direttamente al botteghino. Quanti saranno? Considerato che si gioca di giorno feriale, e in un orario lavorativo, non più di una ventina, forse anche di meno.
Ieri in Veneto per presenziare alla cerimonia di illustrazione del Bilancio sociale del Padova, la prima società in Italia ad aver elaborato un documento del genere (che tiene conto di tutte quelle iniziative a carattere sociale e benefico, oltrechè dell'impegno profuso per il settore giovanile e per il territorio, decise dal club nell'arco di una stagione sportiva), il presidente della Lega di C Mario Macalli è stato chiarissimo su un punto: «Abbiamo un solo difetto, che durerà ancora poco: prima della conclusione del mio mandato posso assicurare che non ci chiameremo più serie C. Nella dizione italiana, quando si vuole sminuire una persona o un soggetto, si sente dire 'sei di serie C". Noi siamo orgogliosi di trovarci in tale realtà, ma proprio per finirla con questo andazzo cambieremo nome al più presto. Quale? E' prematuro parlarne, quel che posso dire è che ci sentiamo superiori a tanti altri che credono di essere in... paradiso. Quanto è accaduto dopo i fatti di Catania lo testimonia. Noi ci saremmo fermati comunque, anche se il commissario straordinario Pancalli avesse deciso per un'altra soluzione». Ha parecchi sassolini da togliersi, evidentemente, se Macalli ha ripetuto più volte, anche in questa occasione, che «il calcio italiano non è quello di 20 squadre (la serie A, ndr) e basta». «Ho parlato con i ministri Amato e Melandri e con lo stesso Pancalli, non è possibile che si focalizzi tutto intorno alle esigenze di quei 20 club e gli altri contino meno delle briciole. Noi abbiamo 90 presidenti, fra C/1 e C/2, e tutti pagano, ma non prendono. Nelle serie superiori forse qualcuno prende e pochi pagano. Gli stadi dovevano essere messi a norma prima, ma molti se ne sono fregati. Adesso tutti corrono ai ripari. E noi? E i dilettanti?».
Ci può essere un rischio concreto di dover assistere anche in C a partite a porte chiuse? «Si, l'ipotesi non è campata per aria. Qualche stadio non è a norma (l'Arechi di Salerno, ad esempio, ndr), tuttavia i timori di vedere spalti deserti nella stragrande maggioranza degli impianti sono ingiustificati. Chi sta peggio sono i miei colleghi presidenti di A e B. E allora capite perchè non voglio più sentirmi dire che sono di C, in tutto e per tutto?».