I paronesi: «Che puzza, qui non si può vivere»


PARONA. Le offelle e la puzza. A sentire gli abitanti, quel che è successo sabato sera alla Vedani metalli confermerebbe che i miasmi sono diventati un prodotto tipico di Parona, come il biscotto ovale. Quel forte odore di ammoniaca che si è sprigionato dall'ossido di alluminio accumulato su uno spiazzo dello stabilimento di via Lombardia non sarebbe un caso: «In certi giorni - dicono gli intervistati - l'aria diventa irrespirabile. Le aziende fatturano milioni, devono investire di più sull'ambientale».
Sabato pomeriggio i paronesi che abitano più vicino alla zona industriale sentivano un forte odore di ammoniaca e attorno alle 19.15 hanno cominciato a chiamare i vigili del fuoco che hanno mandato sul posto due squadre da Vigevano e Mortara, a cui si è aggiunta alle 20 un'unità da Pavia, attrezzata per le emergenze biologiche e chimiche. Con loro sono arrivati anche i carabinieri di Mortara e i tecnici dell'Asl e dell'Agenzia regionale per l'ambiente (Arpa). Proprio l'Arpa era già stata allertata il 24 gennaio dal sindaco di Parona, che aveva ricevuto segnalazioni da alcuni cittadini che si lamentavano per gli odori. Alla fine si è scoperto che l'odore proveniva da un mucchio di ossido di alluminio alto alcuni metri e con una base larga circa 10 metri per 30. Pesante alcune decine di tonnellate, l'ossido di alluminio si trovava in un cortile all'interno della Vedani metalli, vicino a un capannone dove di solito viene stipato questo residuo della lavorazione in attesa di essere riutilizzato. Dai rilievi è risultato che nelle vicinanze della sostanza la concentrazione di ammoniaca nell'aria era superiore ai livelli ammessi dalla legge, ma l'emergenza rientrava a una cinquantina di metri. Secondo l'Arpa, la Vedani metalli avrebbe dovuto stipare quell'ossido di alluminio all'interno del capannone, dove esiste un sistema che ne assorbe i vapori di ammoniaca che si sprigionano quando è ancora caldo.
Il problema è stato risolto coprendo quel mucchio dell'ossido di alluminio tiepido con altro ossido di alluminio già freddo. Superata l'emergenza, restano i disagi quotidiani: che tutti conoscono, ma che preferiscono quasi sempre raccontare in forma anonima. Del resto molti intervistati lavorano nella zona industriale. «Al mattino arrivano nuvole scure e pesanti, che non sono vapore acqueo - racconta un giovane - . Se passi in auto devi chiudere il ricircolo dell'aria». «Un giorno alle 10 - racconta la barista Carmen Zucconelli - c'era un forte odore di carburo, lo stesso che si sentiva con le lanterne ad acetilene».
«Spesso quando passo in bici nella zona industriale - racconta un pensionato - c'è una puzza che non si resiste». «Da almeno sei anni - racconta un lavoratore - sentiamo la puzza quando il vento ci porta i fumi delle aziende».
«Nemmeno con le finestre chiuse si può stare in casa - sostiene un vicino - . Ci sono giorni che la puzza dà il voltastomaco e a volte si sente un forte rumore di macchine che frantumano i metalli. Mi chiedo dove scaricano le aziende, perché il depuratore non è ancora entrato in funzione, e se possono essere sani i prodotti agricoli coltivati nei campi circostanti».

Claudio Malvicini