La delusione di Mastella


ROMA.Alla fine della seduta, deluso perchè la mozione dell'Udeur non ha trovato soccorsi teo-dem (cattolici di sinistra) nel centrosinistra, ma solo aiuti teo-con (cattolici conservatori) dal centrodestra, il capogruppo Mauro Fabris parla con la voce di Clemente Mastella e fa capire che la delusione è doppia. Perché non ha neppure funzionato l'antico trucco parlamentare del voto per divisione.
Per una parte, l'Udeur chiedeva al governo di non proporre leggi sulle coppie di fatto e di lasciare il parlamento libero di decidere. Ma il veleno era nella coda, dove si agitava il mostro: il rischio di una «equiparazione» tra le coppie eterosessuali e quelle omosessuali. Un trucco scoperto: attirare, su questo, il voto cattolico dell'Unione, oltre al voto di convenienza del centrodestra.
Esito catastrofico: voto con doppia bocciatura, senza differenze tra la prima e la seconda parte. Se c'è stata una sorpresa, è questa: che la frase sulle coppie omosessuali, quella che più si esponeva ai pruriti teo-con, ha avuto un «no» in più rispetto alla prima parte.
Fabris si domanda, perplesso: «Dove erano i teo-dem?», per dire tutta la sua delusione. Cercava i teo-dem della Margherita e ha trovato solo i teo-con della destra, e forse nemmeno tutti. Cercava un «sussulto d'identità», ha trovato solo le speranze deluse di Ignazio La Russa e Luca Volontè.
Ora, l'interrogativo è di rigore: cosa ha in testa Mastella? Se lo chiedono in parecchi, non Roberto Maroni, ex ministro della Lega, che quando viene stuzzicato sull'Udeur, risponde cosi: «Sono tutti giochi di palazzo, Mastella è bravissimo politicante, molto simpatico, però nessuno crede alla minaccia che farà cadere il governo».
Da poche parole, il ritratto perfido, di un uomo inaffidabile, almeno per la destra. C'è forse più timore nel centrosinistra, dove Mastella viene studiato un po' di più, perché come guardasigilli ha una posto di rilievo nel governo; e per capire se sta facendo calcoli, rischiosi o meno, per la coalizione di Romano Prodi.
Lui non vuole una legge del governo, ma se il governo la farà e lui dovrà firmarla, come si comporterà? Cauto e furbo, l'uomo di Ceppaloni distingue le sue convinzioni dal dovere del ministro: «La mia firma è un atto dovuto». Al «Corriere» aveva detto una cosa un po' diversa: «In assenza di una spiegazione, la scelta di investire il governo, diventa un'imposizione. Un'imposizione che non intendo subire». Non vuole neppure subire «rimproveri dalla maggioranza». E se ciò accadesse, dice, «non avrei difficoltà a farmi da parte», come è successo nel passato: «Sono uno dei pochi a essersi dimesso da qualcosa». Forse da ministro del lavoro di Berlusconi? Ma in quel caso, nel' 94, segui la sorte di tutto il governo, che fu messo in minoranza dalla Lega.
Allora, cominciò un cammino che, via via, lo portò dall'alleanza con Cossiga a un ministero di centrosinistra. Il dubbio è se non intenda ora imboccare un percorso tortuoso di nuove ambizioni politiche, fino all'inciucio con i teo-dem (o teo-con?) di Pier Ferdinando Casini.
La prima prova doveva essere una consonanza parlamentare con Pierferdy. Ma per ora, gli è andata molto male.

Renato Venditti