«Faticaccia da 300 euro» L'ex telefonista si sfoga

VOGHERA.L'ultima busta paga, di 300 euro, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Cosi una 60enne di Voghera ha deciso di dire basta. Dopo mesi passati al telefono, senza tutele e diritti, ha dato le dimissioni dal call center in cui operava per un grosso ente.
In cosa consisteva il lavoro?
«Si trattava di telefonare a una rosa di clienti per proporre dei contratti. L'azienda pagava, e paga tuttora, un cifra per ogni contatto preso».
Quanto esattamente?
«Fino a qualche settimana fa, due euro per ogni contatto. Poi la somma è stata tagliata a un euro. Un provvedimento che ha suscitato la protesta delle operatrici».
Qual era lo stipendio mensile?
«All'inizio era buono. Anche in assenza di tutela, le prime settimane sono arrivata a prendere anche mille euro, per una ventina di contatti al giorno. Poi, però, qualcosa è cambiato. La rosa dei clienti era sempre la stessa: si è arrivati a una sorta di saturazione. Per questo era impossibile riuscire a mantenere l'andamento iniziale e a prendere nuovi contatti. Però il numero quotidiano delle ore di lavoro era sempre lo stesso: otto, anche nove a volte».
Ma non dovrebbe essere garantito un fisso?
«In teoria. All'inizio venivano assicurate 300 euro. Poi anche questa cifra è stata eliminata. A formare lo stipendio erano le sole provvigioni».
E' stato a questo punto che si è licenziata?
«Non potevo andare avanti con quei compensi e a quelle condizioni».
Quante persone lavoravano con lei?
«Una decina, tutte donne, assunte con contratti atipici. Due di loro sono andate via, alcune colleghe sono rimaste. Non ci sono molte alternative sul piano occupazionale. Chi cerca un lavoro nei call center è solitamente qualcuno che non ha molte scelte, oppure studenti che vogliono arrotondare. Nell'ufficio dove ho lavorato io ci sono persone di ogni età: dai vent'anni ai 60».
Perché queste realtà riescono a restare sepolte?
«Perché si ha paura, ma soprattutto c'è la preoccupazione di perdere il lavoro. Oppure perché non si vuole coinvolgere altre persone, che preferiscono continuare a lavorare in questi luoghi, pur in assenza di tutele. In molti casi anche trecento euro al mese sono meglio che niente». (m. fio.)