La promessa del ministro: «Più soldi alla ricerca e lauree da riorganizzare»
PAVIA. «Mi hanno dato la bottiglia, adesso proviamo a metterci del vino»: questa frase a effetto del ministro dell'Università e della Ricerca Fabio Mussi, pronunciata ieri all'inaugurazione dell'anno accademico dell'ateneo, riassume la durezza della battaglia che egli si prepara a combattere per far passare nelle prossime settimane al consiglio dei ministri e in parlamento il Piano pluriennale di rilancio e investimenti delle Università, da lui presentato al vertice del governo a Caserta. «Ho ottenuto - dice - che il Piano sia in cima nell'agenda delle priorità». Cosa significa per Mussi «mettere del vino in bottiglia»?
In pratica: più quattrini a ricercatori, assegnisti e ordinari di prima nomina; ringiovanire il corpo docente (età media 59 anni) per riportare l'Italia in Europa; velocizzare i sistemi di reclutamento; riorganizzare i corsi di laurea; costituire e far funzionare l'Agenzia di valutazione indipendente che dovrà ripartire i fondi alle Università in base al merito. E ancora: abolire i concorsi a professore, storico 'moloch". «Contro la proliferazione delle Università invece - rivendica - ho già dato. Abbiamo stoppato gli atenei sotto casa!»
«Ma il Piano passerà - aggiunge - se riformiamo il sistema, e per questo ci vuole una fortissima spinta, e se contemporaneamente si aumentano le risorse. L'idea, sostenuta anche da illustri colleghi professori, che si possa migliorare l'efficienza riducendo i finanziamenti è un assurdità. In cinque anni il definanziamento è stato del 20%, per un miliardo di euro». In tutto il mondo, continua il ministro, «gli investimenti in ricerca e sviluppo sono passati da 377 a 810 miliardi. In Italia sono al lumicino. Ci battono India, Corea e Spagna».
Che fare dunque? Ecco la ricetta di Mussi: «La bottiglia si riempie elevando la bassa propensione alla ricerca: i privati investono la metà dello Stato. Nonostante questo, i nostri ricercatori sono terzi in Europa per produttività pro-capite. Mi rammarico che i giovani emigrino per costrizione e che pochi entrino in Italia».
«Il fondo di finanziamento complessivo per le Università - continua Mussi - è aumentato di 150 milioni. Il taglio del 9% toccato ad altri ministeri l'ho evitato, quello del 20% delle spese intermedie (pulizia, riscaldamento, carta, affitti) invece no. Occorrono più fondi per assumere i ricercatori ed elevare le retribuzioni». Il ministro fornisce poi alcune anticipazioni sul decreto di riforma della didattica «che presenterò a breve: i corsi di laurea triennale dovranno avere al massimo 20 esami e 12 gli specialistici. Poi bisogna rivedere la struttura della docenza: 20 mila ordinari, 19 mila associati e 22 mila ricercatori, una follia. Invece di una piramide, come negli altri Paesi, abbiamo una clessidra».
«Poi - dice - bisogna abbassare l'età media dei docenti, che è di 59 anni: l'Università si basa su un esercito di dottorandi, assegnisti e associati di prima nomina che sono veri e propri servi della gleba, essendo pagati da 800 euro (i primi) a meno di 2.000 (gli ultimi). Questo è un gigantesco oltraggio sociale al principio del merito. L'Università deve premiare la qualità e i risultati. Centrale, per ottenere questo, è l'Agenzia di valutazione indipendente su cui punto tantissimo e che è la chiave di volta per avviare la riforma. Le lauree triennali non possono diventare un vicolo cieco professionale. Non è possibile che il 95% dei laureati triennali passi ai corsi specialistici: in un mondo che accorcia i tempi di studio, l'Italia li allunga».
Mussi infine tocca il tema del diritto allo studio: «Il sistema non va. Occorrono molte più risorse per garantire i giovani meno agiati e bisogna ridurre la speculazione nelle città, per dare alloggi a basso costo agli studenti che provengono da altre sedi» (s. c).