Stesso trattamento nel 2050? Solo lavorando cinque anni in più

ROMA.Per poter contare su una pensione che si avvicini ai due terzi dello stipendio nel 2050 bisognerà aver lavorato almeno cinque anni in più rispetto ad oggi e aver versato il proprio intero Tfr nella previdenza integrativa. Con l'andata a regime del sistema contributivo e a fronte di un aggiornamento dei coefficienti di trasformazione rispetto all'aumento dell'aspettativa di vita, infatti - secondo i calcoli del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale - per avere una pensione pari al 66,6% dell'ultimo stipendio un dipendente privato dovrà uscire dal lavoro a 65 anni di età con 40 di contributi e avendo versato tutto il Tfr nei fondi pensione.
Per avere la stessa pensione (il 67,4% dello stipendio) a un dipendente privato uscito dal lavoro nel 2005 a 60 anni, ricevendo per intero la propria liquidazione, sono bastati 35 anni. L'aumento dell'aspettativa di vita e il passaggio dal metodo retributivo (si ottiene la pensione in percentuale allo stipendio) a quello contributivo (l'assegno si calcola sulla base dei contributi versati) porteranno nei prossimi anni a un abbassamento dei livelli medi delle pensioni.
Ed è proprio sulla revisione al ribasso dei coefficienti, ovvero sulle percentuali per le quali si moltiplicherà in futuro il montante contributivo, che si scatena l'opposizione più dura da parte dei sindacati preoccupati per la riduzione degli assegni. Ecco in sintesi i problemi sul tappeto in vista del confronto tra Governo e sindacati sulla previdenza.
Coefficienti.La legge Dini prevedeva coefficienti variabili tra il 4,720 se ci si ritirava dal lavoro a 57 anni e il 6,136 se ci si ritirava a 65 anni. Dovevano essere «rideterminati» nel 2005. Il Nucleo di valutazione della spesa ha ipotizzato una riduzione tra il 6% e l'8% di questi coefficienti, più bassa in caso di coefficienti più bassi (quindi uscendo dal lavoro prima) e più alta in caso di coefficienti più alti (uscendo dal lavoro più tardi). La variazione secondo la legge Dini avrebbe dovuto essere fatta dal ministro del Lavoro di concerto con quello del Tesoro, «sentiti» il Nucleo di valutazione della spesa, le Commissioni parlamentari e i sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori. Il ministro del lavoro, Damiano ha detto che sui coefficienti bisogna intervenire mentre i sindacati hanno ribadito la propria contrarietà.
Scalone.La legge Maroni prevede il passaggio nel 2008 da 57 a 60 per gli anni necessari alla pensione di anzianità a fronte di 35 anni di contributi. L'area di sinistra della maggioranza continua a chiederne l'eliminazione mantenendo il limite dei 57 anni anche dopo il 2008. E' probabile comunque che si cerchi una soluzione fissando un nuovo limite inferiore ai 60 ma superiore ai 57 anni per il ritiro per anzianità. Bisogna però trovare le risorse visto che lo scalone porta nel 2008 risparmi per 486 milioni e già nel 2009 per 4,5 miliardi.
Donne.Sull'età di ritiro delle donne sono state fatte diverse simulazioni perchè il superamento almeno in parte del divario di cinque anni (tra i 60 delle donne e i 65 degli uomini) per l'accesso alla pensione di vecchiaia risolverebbe molti problemi. Secondo i calcoli del nucleo nel 2004 in media gli uomini che andavano in pensione risultavano avere oltre 34 anni di contributi a fronte dei quasi 28 delle donne. Damiano ha più volte affermato comunque che non è stato «mai considerato» l'argomento dell'età pensionabile delle donne.
Contributivo.Il contributivo pro rata per tutti, ovvero l'eliminazione del limite fissato con la Dini per coloro che avevano più di 18 anni di contributi a fine 1995 (che mantengono il retributivo fino al pensionamento) è una modifica che secondo gli esperti nel lungo periodo produrrebbe risparmi per il sistema oltre a renderlo più equo. Riguarderebbe comunque ormai non molti anni visto che i più giovani ancora con il retributivo hanno già 29 anni di contributi.