«E' il peggiore errore dopo il Vietnam»

NON si spengono le critiche al nuovo piano per l'Iraq presentato mercoledi da George Bush. Ora l'attacco viene dal cuore dal Congresso, dove ieri i democratici, per bocca dei presidenti delle due camere Pelosi e Reid, hanno promesso dura battaglia per ottenere «risposte alle difficili domande che finora non sono state poste o alle quali non è stata data risposta».
Due sere fa Bush aveva accettato per la prima volta la responsabilità degli errori compiuti in Iraq, chiedendo all'America di dargli ancora fiducia per evitare il disastro e dispondendo l'invio di altri 20 mila soldati. Ma i primi sondaggi d'opinione a caldo lo bocciano: il 57% degli americani pensa che gli Usa stiano perdendo la guerra. «Non c'è nulla davanti a noi se non un disastro ancor più grande in Iraq», ha stigmatizzato il New York Times, scettico come la maggior parte della stampa nazionale, escluso il Wall Street Journal.
Ma ieri, in un Congresso apertosi con la testimonianza di Condy Rice, in venti tesi minuti il presidente americano ha confermato la propria linea sulla crisi irachena. E ha rifiutato l'idea del dialogo con Siria e Iran, accusati da Rice di «destabilizzare l'area» e dal presidente di dare «supporto materiale agli attacchi contro le nostre truppe».
Bush ha mostrato di voler tener conto delle critiche dell'opinione pubblica e mondiale. «Dove sono stati fatti degli errori, la responsabilità è mia», ha ammesso. Salvo poi attribuire la colpa degli scarsi risultati in Iraq proprio alla carenza di truppe americane e irachene e alle loro «troppe restrizioni» sul campo. Ora però la situazione sarebbe diversa. E il premier iracheno Maliki, che ieri ha dichiarato di approvare in pieno il piano Bush, si è impegnato a «non tollerare violenze politiche o settarie».
Nel dare ancora una volta fiducia a un politico di cui una parte della stessa Casa Bianca dubita, Bush ha avvertito che i tempi non saranno infiniti, ma non ha indicato scadenze. «Ritirarsi adesso porterebbe al collasso del governo iracheno», ha detto. «E questo costringerebbe le nostre truppe a restare sul campo più a lungo».
Sul piano politico il presidente ha concesso poco ai suoi critici, cui ieri si sono aggiunti anche alcuni repubblicani. Più duro di tutti, il senatore Hagel, secondo cui se attuato il piano di Bush sarà il «peggiore errore di politica estera dalla guerra del Vietnam».
Venerdi Rice partirà per il Medio Oriente per cercare di convincere Arabia Saudita, Egitto, Giordania e stati del Golfo che «una sconfitta americana in Iraq creerebbe un nuovo santuario per gli estremisti e metterebbe in pericolo la loro sopravvivenza».
Per l'Iran invece nessuna apertura diplomatica. In tono minaccioso Bush ha promesso di «distruggere la rete che procura armi e addestramento ai nostri nemici» e ha preannunciato l'invio di un gruppo navale e di alcune batterie di missili Patriot nella regione.
Il dibattito è aperto. Ma la sfiducia dell'opinione pubblica incombe. «Per il presidente è stato un modo di fermare l'orologio», scrive ancora il New York Times, «e lasciare il pasticcio al suo successore».