Bush manda altri 21.500 soldati in Iraq

WASHINGTON. 21.500 soldati in più, un miliardo di dollari di spesa. Ma l'America continua a chiedersi se basteranno a cambiare le sorti di una guerra impopolare e a consegnare tra due anni la presidenza Bush alla storia senza la vergogna di una sconfitta. Prima del discorso che Bush ha pronunciato ieri sera, i funzionari della Casa Bianca hanno lasciato trapelare già dalla mattinata alcuni dettagli del progetto. Dalla libreria della Casa Bianca, con uno sfondo volutamente diverso dal quello consueto dello studio Ovale, il presidente ha annunciato che le nuove truppe impegnate in Iraq saranno circa 1500 in più di quanto già si sapeva.
La grande maggioranza, 17.500, sarà mandata a Baghdad, altri 4000 militari, invece, saranno assegnati a ripristinare l'ordine nella provincia ribelle di Al Anbar.
Per sostenere l'impegno, il Pentagono sarà costretto a prolungare di alcuni mesi i turni dei soldati e dei marines in Iraq e molto probabilmente a ricorrere alla Guardia Nazionale e alle riserve.
Sul piano delle iniziative non militari, Bush ha deciso di chiedere un aumento di un miliardo di dollari per i fondi destinati alla creazione di nuovi posti di lavoro e alla ricostruzione delle infrastrutture e dell'industria irachena. L'idea, in pratica, è di intervenire inizialmente con i militari affiancati dalle truppe irachene per ristabilire la sicurezza, e poi affidarsi ai cosidetti «provincial reconstruction teams», dei gruppi formati da una trentina di civili e tecnici per la creazione di nuove attività economiche. Gruppi simili sono già in funzione in alcune province irachene, ma ora il presidente vorrebbe estendere la loro attività e raddoppiarne il numero.
«L'iniziativa è partita dagli iracheni», ha puntualizzato in diverse interviste televisive il consigliere della Casa Bianca Dan Bartlett. A poche ore dal discorso, l'osservazione non è stata casuale. Per vendere il suo piano, infatti, l'amministrazione ha spiegato profusamente che l'iniziativa, anche se contiene molti elementi già provati nell'ultimo anno e mezzo senza successo, avrà questa volta il pieno sostegno del premier Maliki e che il primo ministro iracheno ha promesso di essere duro, d'ora in poi, anche con le milizie sciite di Al Sadr.
Già esaminate al microscopio dai media e dal Congresso, che si prepara a una simbolica risoluzione contro l'aumento delle truppe, molte delle ragioni dell'ottimismo di Bush sono però apparse deboli. Il piano di inviare un rinforzo di truppe, infatti, ha messo per la prima volta la Casa Bianca in aperto contrasto con il Pentagono. All'inizio della guerra, si ricorderà, diversi alti ufficiali criticarono l'idea di Rumsfeld di inviare in Iraq una forza militare piccola e tecnologizzata. Adesso, invece, il Pentagono è diviso tra chi vorrebbe forse ritentare, sostenuto da McCain, la strada della forza massiccia e chi, come Casei e Abizaid, considera inutile un rinforzo a questo punto.
La strada di Bush, divisa a metà, sembra quindi scontentare quasi tutti. I gruppi di ricostruzione già funzionanti, per di più, hanno avuto fino ad ora uno scarso successo.
Gli iracheni, spaventati dai rischi e dalla modestia degli incentivi, hanno preferito tenersi alla larga dagli incerti programmi di ricostruzione e fatto finire in un inutile pozzo senza fondo i quattrocento miliardi di dollari già stanziati per la guerra.