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Il «caso Saddam» fino al suo ultimo respiro: l'ex dittatore iracheno è stato un problema tattico-strategico per gli Stati Uniti e per il Medioriente sia in vita che dopo la morte, sia durante i suoi lunghi anni di potere assoluta e feroce (basta ricordare la sua guerra di otto anni contro l'Iran, oppure l'invasione del Kuwait), sia quando è stato deposto e catturato, processato e condannato a morte. Mai l'eliminazione di un satrapo sanguinario è stato cosi tragicamente costoso, in termini di vite umane, di incognite per il futuro e di errori di calcolo politico, non ultimo quello di trasformarlo da carnefice in martire.
Spesso è stato difficile leggere e interpretare in modo corretto la politica americana nei confronti dell'Iraq e della persona di Saddam Hussein. Senza dover tornare sui vecchi e dibattuti temi che riguardano l'opportunità o meno della guerra in Iraq e sugli successivi effetti drammatici di quel conflitto è lecito domandarsi però ora quali saranno le conseguenze dell'impiccaggione dell'ex rais iracheno su un'Iraq afflitto da una guerra civile strisciante sugli stessi americani che non riescono a trovare una uscita onorevole dalle palude mesopotamiche.
Nelle scorse settimane, subito dopo l'esito delle elezioni di medio termine negli Usa e la pubblicazione del Rapporto Backer (negoziare con l'Iran e la Siria per uscire dall'Iraq), buona parte dei commentatori arabi e mediorientali si erano mostrati piuttosto scettici sulla volontà del presidente Bush di trattare il caso iracheno con Damasco, ma soprattutto con Teheran.
Dal loro punto di vista l'amministrazione americana sarebbe invece intenzionata ad agire esattamente all'opposto di ciò che il Rapporto Backer suggeriva, cioè, isolando ulteriormente l'Iran e la Siria, aprendo completamente le porte alle tesi del mondo arabo sunnita, l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto, che da tempo si mostrano particolarmente preoccupati dalla crescita del potere degli sciiti in Iraq e della Repubblica islamica iraniana nella regione del Golfo persico e del Medioriente.
I punti suggeriti dai leader arabi sunniti all'amministrazione americana sarebbero quelli del recupero della minoranza sunnita irachena, rivedendo il progetto federativo per l'Iraq, che mortifica e danneggia i sunniti a vantaggio degli sciiti e dei curdi, e quello del ripristino delle strutture del deposto partito Baath, che da sempre ha garantito all'Iraq una impalcatura amministrativa e burocratica, scomparsa con la caduta di Sadam Hussein. Riavvicinamento americano ai sunniti e il recupero del Baath, fanno notare gli analisti mediorientali, sarebbe il rimedio più opportuno per isolare il terrorismo «straniero» legato alla rete di Al Qaida e permettere alle truppe anglo-americane di pensare ad una strategia diversa rispetto a quella fallimentare fin qui seguita in Iraq.
Tale prospettiva richiede ovviamente una trattativa oculata con i capi della comunità sunnita e con alcuni personaggi di primo piano del Baath (si fa il nome di Tarek Aziz, l'ex ministro degli Esteri iracheno, ora in prigione, ma che non viene esclusa una sua imminente liberazione), ma è necessario altrettanto che siano convinti anche gli sciiti e i curdi che non facilmente rinuncerebbero alle posizioni di forza acquisiti dopo la deposizione di Saddam Hussein.
I termini di un progetto alternativo a quello del piano Backer sarebbero stati al centro dei colloqui tra il vice-presidente Dick Cheny con la monarchia saudita, lo stesso presidente Bush con re Abdallah della Giordania (ma anche con il premier iracheno Maliki e con qualche capo della comunità sunnita nel corso della sua recente visita ad Amman) e il segretario di Stato Rice con gli egiziani e con gli israeliani.
Quale potrebbe essere, dunque, il nesso tra la esecuzione della condanna a morte a carico di Saddam Hussein e il piano del recupero dei sunniti e i dirigenti del partito Baath? Non viene esclusa intanto un eventuale nesso logico tra i due avvenimenti: l'impiccaggione dell'ex rais come il risarcimento pagato agli sciiti e ai curdi, in cambio di una spartizione del potere meno svantaggioso per i sunniti.
La rinuncia alla morte di Saddam avrebbe diffuso una immagine troppo rimessiva, in particolare nell'imminenza di un progetto che vuole e deve recuperare gli sconfitti, gli uomini di Saddam.