«La nostra vita da trapiantati»

VIGEVANO. Affrontare un trapianto di organi è spesso l'unica soluzione possibile. Ma è anche un atto di coraggio, fatto di scelte, sacrifici e speranze. Due trapiantati viegvanesi (che hanno preferito mantenere l'anonimato) raccontano la loro esperienza. A.B è una signora, allegra, forte e piena di vita, sposata e con due figli grandi, che ha subito quattro trapianti di cornee. «A 28 anni mi diagnosticarono un problema alla cornea. Dopo la nascita del mio secondo figlio la situazione è precipitata».
Era il 1978: in Italia il trapianto d'organi era ancora agli inizi. «Sono andata in Spagna, a Barcellona, e ho subito il trapianto della cornea destra. Un caso che è finito sui libri di chirurgia». Dopo il trapianto, un anno di controlli medici e mesi di lontananza da casa e dai figli piccoli. Dopo 20 anni, nel 1998 A.B torna in Spagna per il trapianto della cornea sinistra, ma si manifesta il rigetto. Nel 2002 è di nuovo in Spagna, per un altro trapianto. «Ho ricominciato ad avere problemi quest'anno e il 9 novembre ho preso la decisione di affrontare un altro trapianto». Sa che se ora riesce a vedere, con l'aiuto degli occhiali, è grazie alla generosità di qualcuno. «Sono cattolica praticante - spiega - e quando prego mi ricordo sempre delle persone che mi hanno donato le loro cornee. E' dura la condizione di chi aspetta un organo, perché sai che se arriva significa che un'altra persona sta morendo». A.B può contare sulla forza di una famiglia unita. «Abbiamo superato tutto perché avevamo la certezza di poter contare l'uno sull'altro». Mario ha invece subito, nel dicembre del 2000, il trapianto di un rene. «Nel'97, a trent'anni, ho avuto un incidente stradale. Sono stato ricoverato a Milano per sei mesi. Abitavo ad Abbiategrasso, poi mi sono trasferito a Vigevano». A causa dell'incidente un ematoma comprimeva i reni, che hanno smesso di funzionare. Ha affrontato tre anni di dialisi, all'ospedale di Vigevano, poi è arrivato il trapianto. «La vita di un trapiantato è sempre sotto controllo - spiega Mario - ma il rene funziona bene. Prendo farmaci e soffro di insufficienza renale, ma con un valore accettabile che mi permette di non dovermi sottoporre a dialisi». «Sono vivo - continua - perché qualcuno mi ha dato la possibilità di esserlo. Col trapianto una parte di chi muore rimane sulla terra, continua a viaggiare, e può ridare la vita ad altre cinque o sei persone». Non è stato facile, per Mario, accettare quello che è successo e non poter più lavorare. Ma dopo il trapianto Mario si è sposato ed ha avuto due figli piccoli.
Ilaria Cavalletto