Scuola, ecco la crisi che dobbiamo superare
La neonata Repubblica Italiana ereditò dal crollo del regime fascista oltre al «codice Rocco», anche l'ordinamento della scuola statale governata dalla Riforma del filosofo neoidealista Giovanni Gentile.
In quell'ottica, alle scuole statali si assegnava il compito di provvedere alla formazione delle classi dirigenti e dei tecnici, ma era una scuola per pochi, elitaria, selettiva, con particolare attenzione all'insegnamento delle materie umanistiche rispetto alle altre, in ogni caso molto ambiziosa nei contenuti.
Gli elementi di rigidità insiti in quel sistema erano conseguenti alla visione classista della società italiana; al percorso liceale si affiancavano le scuole di avviamento al lavoro e l'accesso a qualsiasi facoltà universitaria era garantito solo attraverso il liceo classico.
La giovane Repubblica ereditava quindi questo impianto scolastico, ma nel contempo, alla base della sua Costituzione, poveva l'esigenza di assicurare ai capaci e meritevoli, anche se poveri, i gradi più alti dell'istruzione.
Una scuola, nata per una élite, si avviava ad essere aperta a tutti.
L'Italia, che aveva perso la guerra e che non aveva materie prime, aveva però una tra le migliore scuole statali e scalava le classifiche economiche internazionali, oltre che per la sagacia dei suoi imprenditori e per la laboriosità delle maestranze, anche per la validità di quel sistema scolastico.
La richiesta di scolarizzazione nel contempo aumentava grazie al boom demografico del dopoguerra. Nel 1962 veniva creata infatti la scuola media unica.
Il vento di maggio francese del 1967 arrivò in Italia l'anno successivo. Gli operai ed i giovani studenti chiedevano una società civile con maggiori spazi di agibilità democratica: anche la scuola fu investita da una contestazione generale. Era il '68. Dagli intellettuali di quel periodo, prevalentemente di sinistra, che avvertivano come non più rinviabile l'attuazione di una scuola diversa, orientativa e promozionale al posto di quella selettiva contestata a gran voce dagli studenti in tutte le piazze e le scuole d'Italia, vennero coniati slogan ancora oggi in voga, del tipo: «La scuola deve aprirsi al territorio»... «Una scuola che boccia, boccia, boccia se stessa» e l'obbligo scolastico fu inteso prevalentemente come «obbligo alla promozione».
Altro risultato di tale processo furono le nuove norme introdotte con i Decreti Delegati per cui le famiglie e gli studenti entravano nella gestione della scuola, diventata sempre più un servizio e invece che istituzione.
Si avviava nel contempo il periodo delle sperimentazioni scolastiche, alcune riuscite, altre meno.
La scuola dilatava sempre di più i propri ambiti di intervento, che spaziavano dalla educazione stradale e quella sessuale, perdendo di vista una grande ovvietà: che la scuola deve fare sostanzialmente bene una sola cosa: la scuola.
Arriviamo cosi al 1989 e alla caduta del Muro di Berlino, con la crisi del «Socialismo reale». I vincitori sono Reagan e la Tatcher e con essi i fautori del liberalismo economico più spinto.
I principi ispiratori questa volta non sono più quelli del capitalismo etico dei vari Olivetti o Pirelli, ma quelli improntati al presupposto che lo Stato non deve svolgere attività che possono fare anche i privati e che l'unica regola del mercato è quella che non ci devono essere regole.
In questa ottica i costi del Welfare devono essere tagliati, per liberare nuove risorse nella competizione economica mondiale.
Ancora una volta la scuola, suo malgrado, diventa protagonista o meglio vittima. Viene smantellata a poco a poco con una continua erosione carsica. A metterla in discussione non sono più gli studenti nelle piazze o gli intellettuali, bensi circoli economici molto potenti, quali Confindustria, Ocde, Ue, Wto, ben rappresentati in tutti gli schieramenti politici italiani, che ambiscono ad ottenere tutto o parte del 4,7% del Pil che l'Italia destina all'istruzione pubblica statale.
Vengono cosi varate ben due riforme scolastiche, stranamente molto simili tra loro pur da governi di orientamento differente. Infatti, da diverse parti, il problema viene posto nei seguenti termini: il sistema scolastico statale è dispendioso, era stata pensato per pochi e non per la massa a causa di programmi scolastici troppo ambiziosi ed inadeguati ai più. L'insuccesso scolastico e l'abbandono ancor elevato lo confermano.
La scuola pubblica di massa da un lato non può più garantire la formazione delle eccellenze che dovrebbe invece avvenire in altri ambiti, meglio se privati (la cultura diventa un business). Dall'altro dovrebbe invece garantire le conoscenze di base («saperi minimi») che servono nella vita pratica.
Più esplicitamente: la scuola pubblica in tale prospettiva dovrebbe soprattutto prevenire le devianze giovanili. Per una simile impostazione non servono molti insegnanti professionisti del sapere, ma operatori esperti più di didattica che di contenuti. Pochi lo asseriscono apertamente, ma la sostanza delle cose è inoppugnabile ed è la china che sta percorrendo la scuola italiana attraverso le ultime riforme di diverso orientamento.
Il recente invito a far diminuire le «bocciature» allo scopo di risparmiare è una ennesima prova della persistenza di certa mentalità.
Tuttavia la scuola italiana attualmente tenta ancora di superare le contraddizioni tipiche di una scuola di massa a cui tutti devono poter accedere e nella quale tutti devono potersi realizzare in qualche modo, ma che non dovrebbe rinunciare programmaticamente all'istruzione di livello alto.
Crediamo sia questa la sfida maggiore per la Riforma della Scuola che ci aspettiamo.
Antonella NonnaGilda, Pavia