«Mai persa la fiducia in Napoli»

NAPOLI. «La mia fiducia in Napoli non è mai venuta meno, la fiducia nel destino della città, nel suo futuro, nella capacità di sviluppo». Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, apre nel segno della speranza il suo viaggio di quattro giorni nella città partenopea. Poi aggiunge: «Ho dato una scossa, il governo si è preso degli impegni. Non faccio l'elogio del governo, sarete voi a giudicare». Un viaggio fra passato e futuro, quello del presidente.
Dalle vicende legate agli uomini che segnarono gli esordi politici di Napolitano, Enrico De Nicola e Giovanni Leone, ai ragazzi delle scuole napoletane, a chi «fa qualcosa di buono di cui nessuno parla».
Il capo dello Stato sceglie di raggiungere Napoli in treno, con l'Eurostar di ultima generazione, quello che copre la distanza fra la capitale e la città del Vesuvio in meno di un'ora e mezzo. A fianco del presidente ci sono l'amministratore delegato di Ferrovie, Mauro Moretti, e il presidente di Fs, Innocenzo Cipolletta. I due manager spiegano a Napolitano lo sviluppo della rete ad alta velocità, le tappe previste, anche e soprattutto per il Sud. «Per il Mezzogiorno - dice il presidente della Repubblica - il programma di sviluppo delle Ferrovie è essenziale. La debolezza delle infrastrutture ferroviarie è l'handicap principale per il Sud, una delle ragioni di arretratezza». Poi, sulla situazione di Fs: «Mi sembra che si stia trovando una via per risolvere la situazione». Di viaggi in treno - ricorda Giorgio Napolitano - su questa tratta ne ha fatti parecchi. E ricorda di quando era facile trovare sul rapido che partiva al mattino da Napoli e su quello che rientrava alla sera da Roma, Enrico De Nicola, che era stato il primo presidente della Repubblica. Quando il treno raggiunge i trecento chilometri all'ora in cabina, seduto a fianco del macchinista, c'è il capo dello Stato: «Mi sono ben guardato dal toccare le leve», scherzerà poi. Quindi elogia il trasporto pubblico regionale campano, quello di Napoli indicato come «il più efficiente d'Italia». Bassolino, presidente della Campania, al suo fianco sorride.
Alla stazione di Napoli sono in tanti ad attendere il presidente. I rappresentanti dell'associazione «Napoli è viva», indossano una maglietta bianca con una scritta in nero: «Mi chiamo Giorgio e sono nato a Napoli». Primo incontro a Castelcapuano, storica sede del tribunale di Napoli, c'è da scoprire un busto dedicato a Giovanni Leone, napoletano, presidente della Repubblica fino al 1978, quando si dimise dopo le voci che lo volevano coinvolto nello scandalo Lockeed.
Non è previsto alcun intervento del presidente della Repubblica, ma alla fine della cerimonia si alza per un saluto. Lo ha scritto al volo su alcuni foglietti, non sono parole di circostanza. Parla di due eventi precisi: del «processo costituente rimasto ineguagliato e forse irripetibile», e della presidenza Leone. Per riabilitarne la figura, come già era accaduto nel 1998, per i 90 anni di Leone: «In quell'occasione - dice Napolitano - furono dette parole conclusive sulla fase travagliata e amara che segnò lo scorcio finale del suo mandato. Parole conclusive di solidarietà e rispetto del suo operato e della prova estrema di senso di responsabilità verso le istituzioni repubblicane».
Alla Città della Scienza, cattedrale nel deserto del sito industriale di Bagnoli che attende da anni la bonifica, l'incontro con volontariato, studenti, insegnanti. «E' la scuola, la cultura, che apre al futuro», dicono i ragazzi che si alternano sul palco, i volontari, gli insegnanti. Alla fine, accolto da un'ovazione, Napolitano risponde a tutti. «Io non ho poteri magici - dice ricordando il ruolo del presidente della Repubblica - ma rappresento l'unità della Nazione. Io ho il dovere di ascoltare, e ascolto, e posso anche aiutarvi a far conoscere quel che di buono si fa a Napoli». Ascoltare e spingere il governo ad agire. «E' venuto il presidente del consiglio, è venuto il ministro dell'Interno che si è impegnato a tornare ogni mese». Il presidente come testimone della Napoli che può farcela. Ma deve volerlo, come dice l'imprenditrice che ha detto no al pizzo: «Se io non voglio nessuno mi può liberare dalla camorra».