«Libertà», in nome di Gemayel
BEIRUT.Ai funerali del ministro cristiano maronita Pierre Gemayel, ucciso martedi scorso, gli antisiriani scendono in piazza.
Ma la dimostrazione di forza del fronte anti-Damasco non è riuscita. Ben lontani dai numeri dei raduni della primavera 2005 o da quelli della celebrazione, in settembre, della 'Vittoria di Dio" di Hezbollah, i leader del '14 marzo" hanno parlato a non più di 400mila persone.
Poco prima si era celebrata nella cattedrale di San Giorgio la messa funebre per il giovane Gemayel. Ad officiare la cerimonia il rappresentante massimo della chiesa maronita, il patriarca Butros Nasrallah Sfeir, animatore del fronte antisiriano. In chiesa il grande assente è l'ex generale Michel Aoun, principale alleato cristiano dell'opposizione e del duo sciita Hezbollah-Amal nel fronte opposto, quello prosiriano. Presente a sorpresa invece il numero due dello Stato, Nabih Berri, segretario del movimento Amal ma da sempre considerato uno dei mediatori delle crisi politiche del Libano.
Finita la cerimonia, mentre la piazza urlava slogan contro Damasco e Teheran, i leader della maggioranza salivano sul loro podio protetto da vetri antiproiettile: «Il conto alla rovescia per l'elezione di un nuovo presidente è cominciato», urlava commosso Amin Gemayel, leader del partito delle Falangi libanesi e padre del ministro assassinato. «La seconda rivoluzione per l'indipendenza è cominciata e non si fermerà finché non avremo raggiunto tutti i nostri obiettivi». Poi è la volta del druso Walid Jumblatt che, riferendosi al movimento Hezbollah, dice che «non riuscirà a spezzare il nostro rifiuto della dittatura, dell'assolutismo, dell'oscurantismo e del Medioevo». E il Partito di Dio resta al centro delle accuse anche del leader sunnita Saad Hariri, figlio ed erede politico dell'ex premier ucciso nel febbraio 2005. Che invitava la formazione sciita a «ritornare all'opzione politica libanese» perché «il sangue del musulmano sunnita Rafiq Hariri e quello del cristiano maronita Pierre Gemayel sono stati versati per difendere l'indipendenza». Infine saliva sulla piattaforma rossa ornata con lo slogan «la seconda indipendenza del Libano», il leader cristiano Samir Geagea, acclamato dalla folla come 'al-Hakim", ('dottore"). Parole minacciose: «Se vogliono lo scontro, lo avranno». In serata scontri con gruppi sciiti, ma senza gravi conseguenze.