«Noi pediatri, spesso anche assistenti sociali»
PAVIA. Quando il pediatra di famiglia diventa l'àncora di salvezza per adolescenti e bimbi extracomunitari e il punto di riferimento per padri, madri, nonni e zii immigrati. Se, poi, i pediatri sono due, marito e moglie che lavorano fianco a fianco, l'esperienza diventa una sorta di laboratorio sul campo. Succede a Pavia. I due medici in questione sono Roberto e Nadia Moggio. Lui ha raccontato la loro piccola storia di condivisione al convegno 'La società degli adolescenti: modelli comportamentali e integrazione multietnica", la cui seconda giornata si è svolta ieri al San Matteo, organizzata dalla Società italiana di pediatria. Cresce la preoccupazione per gli adolescenti delle famiglie immigrate più povere. E anche per i bimbi soli.
Quando famiglie e scuola latitano, di fronte all'enormità della sfida dell'integrazione multietnica degli adolescenti e dei bambini stranieri, a improvvisarsi 'assistenti sociali" oltre che sanitari sul campo diventano i pediatri. «Noi - spiega Roberto Moggio - siamo spesso la prima struttura che le famiglie più povere e disagiate, spesso appena arrivate in Italia, incontrano sulla loro strada. Mia moglie ed io lavoriamo in coppia ed abbiamo ormai una casistica nutrita dei comportamenti e dei bisogni che le famiglie immigrate manifestano».
Moggio spiega la complessità dell'approccio: «Quando arriva una mamma africana o del Medio Oriente con il suo bambino, in molti casi ci troviamo di fronte a una persona che non parla una parola di italiano, totalmente sprovveduta e disarmata a vivere nell'ambiente di Pavia. Bisogna sfatare molti luoghi comuni, che sconfinano nel pregiudizio: che il bimbo immigrato sia pià predisposto alle patologie, più esposto e indifeso. Sono due le patologie più diffuse di cui essi sono portatori: la malaria e la tubercolosi. Uno dei problemi più difficili da affrontare è conciliare la cultura alimentare della famiglia immigrata con la nostra. La mamma africana, ad esempio, allatta il bimno per molti anni e lo svezza anticipatamente. Noi cerchiamo di convincerli ad un'alimentazione corretta, per evitare che anche tra i bimbi extracomunitari si diffonda l'obesità, come avviene per quelli italiani». Moggio parla poi di quali difficoltà incontrino gli adolescenti immigrati e le loro famiglie a integrarsi: «Molti vivono nell'emarginazione, isolati dalla società in cui dovrebbero integrarsi e si trovano esposti al rischio di comportamenti devianti. I problemi aumentano a dismisura, poi, per gli adolescenti e anche i bimbi che si trovano a vivere qui da soli, senza famiglia. Il rapporto assistenziale non continuativo con il pediatra, dovuto anche ai frequenti cambi di residenza, fa si che ragazzi e ragazze non seguono le cure e non si presentano alle visite di controllo».
Il pediatra si trova alle prese con un duro compito: «Bisogna affinare le capacità comunicative, superare la barriera linguistica, rispettare comunque gli usi e le tradizioni sociali, culturali e anche religiose delle diverse etnie. Bisogna fare un grande sforzo con la famiglia immigrata: abbandonare i pregiudizi, mettersi in discussione, rivedere certe convinzioni, superare la barriera di incomprensione per essere capaci di decidere insieme».
Roberto e Nadia Moggio hanno partecipato allo studio osservazionale psicologico svolto da Clara Vimercati e Claudia Veschia, sotto la guida di Daniela Scotto di Fasano. E' stata seguita una famiglia del Senegal, il cui stile di vita è stato messo a confronto con quello di una famiglia italiana.