Un paese sul filo e una crisi senza fine


L' assassinio di Pierre Gemayel - il ministro è il secondo martire di uno dei clan cristiano-maroniti più potenti in Libano (suo zio, Bashir Gemayel, era stato ucciso nel settembre 1982) - è l'ultimo atto di una tragica crisi politica che ha investito il paese dei Cedri in questi ultimi due anni, dal 2005, quando in un attentato mortale venne ucciso l'ex premier Rafik Hariri: la responsabilità fu attribuita agli agenti siriani e costrinse Damasco a togliere il suo assedio trentennale sul Libano ritirando le truppe.
I contraccolpi provocati dal disimpegno della Siria dal teatro libanese erano stati progressivamente accentuati con le spaccature profonde in seno alla classe politica libanese, divisa tra etnie, confessioni e connessioni con le potenze regionali.
In appena due anni, dunque, il Libano è di nuovo lo specchio di tutte le contraddizioni accumulate nel corso dei decenni nel Medioriente: conflitti che improvvisamente sono esplosi nel luglio e agosto di questo anno con la devastante guerra israeliana contro gli Hezbollah libanesi, che ha coinvolto l'intero paese e ha distrutto le sue strutture economiche e minato quelle politiche.
La posta in gioco nell'odierna fase è la sorte del governo del premier antisiriano Fuad Siniora, già dimezzato con le dimissioni di cinque ministri sciiti, di Amal e di Hezbollah, che insieme ad altre 12 formazioni politiche compongono il governo. A pretendere la testa di Siniora, mobilitando un milione di persone nelle piazze, è innanzitutto Seyyed Hassan Nasrallah, il capo degli Hezbollah astro nascente tra i leader carismatici del Medioriente in seguito al suo confronto militare col potente esercito israeliano.
La crisi che investe il governo libanese va tuttavia oltre i fattori contingenti e riflette contemporaneamente le ambizioni dei progetti strategici delle potenze che in Libano trovano terreno fertile per sperimentare le prossime mosse. Se Siniora è sostenuto dagli europei, dagli americani e da una parte dei paesi filo-occidentali del mondo arabo, gli Hezbollah sono appoggiati dalla Siria e dall'Iran che hanno molti interessi per trasformare il Libano in una loro roccaforte.
Da questo estate, però, sono presenti in Libano anche i caschi blu, con un forte impegno politico e militare dell'Italia per garantire la stabilità del paese. Il compito più arduo con l'obbiettivo di impedire che il Libano venga trascinato nella guerra civile spetta infatti a questa terza forza, quella dell'Onu e dell'Italia in particolare. Apparentemente la crisi politica libanese esula dai compiti assegnati ai garanti e gestori dei caschi blu, ma l'Onu nell'attuale suo ruolo nel paese dei Cedri resta comunque l'unica forza in grado di mediare tra le fazioni in loco e le potenze contrapposte. Ed è utile e urgente che il governo di Roma non trascuri tale opportunità.

Bijan Zarmandili