Beirut, si dimettono cinque ministri

BEIRUT.Il governo libanese è un passo dalla crisi formale. I ministri di Hezbollah e Amal, i partiti sciiti filosiriani, hanno presentato le loro dimissioni ma Fuad Siniora, che guida l'esecutivo, le ha respinte. Il Libano è precipitato nella crisi politica dopo la guerra scatenata quest'estate da Israele. I negoziati per la formazione di un nuovo governo sono falliti di fronte al rifiuto del fronte anti-siriano di concedere a Hezbollah e ai suoi alleati l'ultima parola sugli organigrammi dell'esecutivo e in vista della discussione parlamentare sul dossier dell'Onu sull'omicidio dell'ex primo ministro Rafik Hariri. I negoziati, convocati dal presidente del parlamento Nabih Berri, sono durati una settimana.
«Diamo modo alla maggioranza di fare liberamente ciò che vuole e a noi di non coprire ciò che non ci convince», recita il comunicato con cui Hezbollah e Amal annunciano le dimissioni dal governo. La dichiarazione congiunta non vi fa alcun riferimento esplicito, ma a diversi osservatori non è sfuggita la coincidenza con l'imminente riunione dell'esecutivo, il prossimo lunedi, convocata dal primo ministro Fuad Siniora per discutere dei risultati dell'inchiesta sull'omicidio Hariri. Alla convocazione della seduta si era opposto, tra gli altri, il presidente della Repubblica, il filosiriano Emile Lahoud. Il perno su cui ruota il documento della commissione internazionale è l'istituzione di un tribunale per l'individuazione e la punizione dei mandanti dell'attentato in cui Hariri trovò la morte. L'inchiesta ha coinvolto diversi alti esponenti del governo siriano e la mossa del «partito di Dio», legato a Damasco, potrebbe essere ricondotta al tentativo di rinviare il dibattito parlamentare sul dossier dell'Onu. Hezbollah, infatti, chiedeva più posti nel governo in funzione della realizzazione di un «blocco di minoranza», con il coinvolgimento dell'alleato cristiano maronita Michel Aoun, in grado di fermare la ratifica dei risultati della commissione d'inchiesta. Il fatto che Siniora abbia espresso il «forte desiderio» che i ministri sciiti restino nel governo «non cambia nulla», ha detto una fonte autorevole vicina a Hezbollah. Le dimissioni appaiono irrevocabili e la parola, a questo punto, rischia di passare dalle stanze della politica alla piazza. Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, lo annunciò a ottobre: «Se il dialogo non porterà a un governo di unità nazionale, riprenderemo le manifestazioni. E' un nostro diritto costituzionale, un nostro diritto democratico quello di dimostrare nelle strade», avverti in un'intervista.
I cinque ministri dei movimenti sciiti Hezbollah e Amal dal gabinetto del premier sunnita Fuad Siniora in un comunicato congiunto diffuso da Al-Manar, la Tv di Hezbollah, hanno affermato che le dimissioni di Fawzi Salluk (esteri), Mohamed Fneish (energia), Trad Hamade (lavoro), Talal Sahili (agricoltura) e Mohammad Khalife (sanità) sono state decise perché «non possono più dare copertura a ciò di cui non sono convinti».