Donatoni colpito da fuoco amico: si indaga sui depistaggi dei Nocs

ROMA.Una nuova inchiesta che riesamini le testimonianze degli stessi Nocs e di una intera catena di comando che sarebbe stata responsabile di «omissioni, depistaggi e inquinamenti delle prove» sull'omicidio dell'ispettore del corpo speciale della Polizia di Stato Samuele Donatoni.
E' quanto sostiene Mario Almerighi, presidente della quarta Corte di Assise di Roma che nello scorso mese di dicembre assolse Giovanni Farina, uno dei sequestratori di Giuseppe Soffiantini, dall'accusa di omicidio. Donatoni, come già stabili la sentenza, fu ucciso dal 'fuoco amico'. Ma nelle 150 pagine dellae motivazioni della stessa sentenza, depositate ieri, il magistrato delinea, con l'aiuto delle perizie balistiche e tecniche, una ricostruzione di come andarono in realtà le cose in quella notte del 17 ottobre del 1997, quando Donatoni venne colpito a morte a Riofreddo (Roma) durante un conflitto a fuoco con i sequestratori dell'imprenditore bresciano. Nelle motivazioni si spiega che non fu il kalashnikov, di Mario Moro, uno dei sequestratori ucciso dai Nocs, ad esplodere il proiettile fatale a Donatoni. L'arma secondo la Corte di Assise «era una Beretta parabellum, calibro nove, in dotazione agli stessi Nocs».
Con l'invio degli atti alla procura la corte sollecita, innanzitutto, a riesaminare le testimonianze e il ruolo di ex appartenenti ai Nocs: Claudio Clemente, responsabile del corpo, e gli agenti che a carico dei quali il presidente della quarta Corte di Assise, Mario Almerighi, evidenzia nelle motivazioni della sentenza «gravi attivita' e omissioni, inquinamenti probatori e false o reticenti dichiarazioni testimoniali». Oltre che su Clemente, la Corte sollecita nuove indagini anche su Alfonso D'Alfonso, Vittorio Filipponi, Paola Montagna e Nello Simone. Secondo la corte ci fu una vera e propria catena di comando che firmò «una precisa volontà di nascondere la verità fin dal momento in cui Donatoni venne colpito».