«Mia moglie partorisce, fuori gli uomini»

PAVIA. Otto e trenta del mattino. Nella sala d'attesa del medico di guardia in Ostetricia, al San Matteo, si presenta una coppia di origine pakistana. La donna sta per partorire, ha già le contrazioni. Ma non parla italiano e si spiega a fatica. Il marito, al contrario, è molto chiaro. E categorico: «In sala parto, con mia moglie, gli uomini non entrano. Voglio solo donne: ostetrica, medico, infermiere e anestesista». Alle prime obiezioni dei medici l'uomo perde il controllo, inveisce contro il personale, si para davanti alla porta della sala parto e impedisce a chiunque di entrare. Una dottoressa che sta smontando il turno si rimette il camice in fretta perché il bimbo sta per nascere. Ma terminata l'urgenza la direzione sanitaria mette nero su bianco le regole.
Luigina Zambianchi, direttore sanitario della fondazione San Matteo, ribadisce con fermezza la posizione dell'ospedale: «Noi applichiamo le leggi dello Stato italiano, siamo un ospedale pubblico e curiamo tutti coloro che si presentano, senza distinzione di sesso, razza o religione. Chi non si sente di poter accettare le regole comuni può rivolgersi altrove. Ma atteggiamenti che comportano trambusto o impediscono il normale svolgimento del compiti clinici o assistenziali non saranno più tollerati e ci sentiremo autorizzati a chiamare la forza pubblica». E per evitare fraintendimenti saranno affissi a giorni, in clinica Ostetrica fuori dalla sala parto e dagli ambulatori, cartelli tradotti in diverse lingue in cui si spiega meglio il concetto. Le regole valgono per tutti. «Il nostro personale è di sesso maschile e femminile e si avvicenda con turni prestabiliti che non possono certo essere modificati per le esigenze di singoli, immotivatamente». Discuterne comunque non guasta, spiega Luigina Zambianchi. Anche perché il problema potrebbe ripresentarsi, in fotocopia, in tutti i reparti. E il numero dei pazienti extracomunitari è in crescita. «Noi a Ostetricia-Ginecologia registriamo attualmente un 15% di parti con donne extracomunitarie - spiega il professor Arsenio Spinillo, responsabile della clinica - E la stessa percentuale, forse anche leggermente più alta, riguarda l'attività di pronto soccorso. Per molte pazienti straniere, sprovviste di assistenza sanitaria, è più facile rivolgersi al nostro pronto soccorso per problemi ginecologici anche banali. E la questione religiosa interferisce spesso, ma mai come l'altro giorno». Solo l'urgenza - il bambino è nato poco dopo - ha chiuso la discussione. E una dottoressa a fine turno è stata pregata di restare per presenziare in sala parto. «Non era possibile rivoluzione alle 9 del mattino l'intera équipe - dice Spinillo - E comunque non sarebbe stato corretto farlo». Il marito pakistano è uscito dalle righe, ma lo standard è che quando si presenta per una visita una donna araba, di religione musulmana, il marito entra di regola in ambulatorio. E accade in ginecologia come al Pronto Soccorso.