Il mondo al capezzale del clima malato

NAIROBI. Il mondo si trova davanti alla sfida più difficile: quella della lotta al riscaldamento globale del pianeta. Nel mirino ci sono ovviamente i gas serra che dovranno essere ridotti drsticamente dopo il 2012, perché se non si taglieranno le emissioni del 50 per cento entro il 2050 i danni saranno catastrofici.
Con questo panorama preoccupante si è aperto a Nairobi, in Kenya, la dodicesima conferenza internazionale sui cambiamenti climatici organizzata dalle Nazioni Unite. Al mega vertice, che proseguirà fino al 17 novembre, partecipano oltre seimila delegati di circa 200 Paesi. In primo piano c'è la riduzione dei danni secondo gli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto, ferma restando l'opposizione del Presidente Bush e il ruolo di Cina e India. Insomma, la comunità internazionale riparte sulla scorta di previsioni nefaste e qualche segnale incoraggiante. Se da un lato gli scienziati concordano sul fatto che il tempo a disposizione sta scadendo e rimangono tra i 10 e 15 anni per scongiurare gli effetti drammatici, dall'altro Greenpace sostiene che entro il 2020 bisognerà arrivare alla riduzione delle emissioni del 30 per cento da parte dei paesi industrializzati, e almeno al 50 per cento entro il 2050. Ciò che bisogna evitare è una concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera in grado di portare entro il 2100 a un aumento della temperatura media di due gradi, limite oltre il quale la dinamica del clima potrebbe impazzire.
E la coscienza della minaccia che incombe sull'umanità ha in parte conquistato spazio anche negli Stati Uniti. Non è affatto trascurabile l'aspetto economico, lo sottolinea l'ex capo della Banca Mondiale, Nicholas Stern, il quale non nasconde che con maggiori inondazioni, siccità ed epidemie, peggiorerà la situazione economica mondiale. Per quanto vasti settori dell'economia sembrano ora ben disposti ad agire in modo concreto e positivo. Ed è proprio il problema dei costi della lotta ai cambiamenti climatici uno dei nodi principali al centro delle trattative di Nairobi. Gli Stati Uniti rifiutano di sottoscrivere qualsiasi accordo che stabilisca limiti rigidi alle emissioni perché secondo Bush l'economia americana sarebbe costretta a bloccare la crescita. Di contro, a promuovere uno sviluppo sostenibile sono due premier: l'inglese Tony Blair e la tedesca Angela Merkel, affiancati persino dal governatore della California, Arnorld Schwarzenegger. Pare insomma che le vere aperture Usa potranno avvenire solo con l'uscita di scena di Bush, e quindi dopo il 2009. Restano comunque sul tavolo i problemi di Cina, India e Brasile: il loro ruolo è basilare. Secondo questi paesi la responsabilità è di chi ha inquinato sino ad ora: ovvero l'Occidente.
«Noi chiederemo la svolta. Servono politiche comuni per contrastare i danni climatici, e in questo anche l'Italia ha un ruolo da giocare», ha detto Pecoraro Scanio dei Verdi, mentre Ermente Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera, punta su un dialogo concreto per deviare la rotta e attuare il rispetto degli impegni internazionali verso i Paesi del Sud del mondo.