Redi: «Pavia deve credere di più in se stessa»

PAVIA. Apre il pesante portone del laboratorio in piazza Botta, per controllare i 'suoi" topolini, anche il mercoledi dei Santi. E la domenica. Quando i corridoi dell'Università sono deserti e la sola luce viene dallo schermo dei computer accesi. Non ci sono feste per Carlo Alberto Redi e per i suoi 17 collaboratori. Provette ed esperimenti non seguono le pause del calendario. E da quando, tre mesi fa, il professore ha accettato la sfida del ministero della Salute assumendo la direzione scientifica della fondazione policlinico San Matteo i tempi si sono ancora più ristretti. «Mi sono armato di bicicletta - ammette lo scienziato - per abbreviare le distanze. Vengo presto in laboratorio, in Università e in tarda mattinata in ospedale. Poi ritorno qui. Impegnativo, ma è anche una sfida affascinante»
Professore, in questi primi tre mesi è riuscito a prendere le misure del nuovo incarico?
«Lo sto facendo. Ma il carattere che più mi ha colpito in questa esperienza è la sovrabbondanza. Del termine 'eccellenza" ormai si abusa. Ma, davvero, al San Matteo ci sono candidature alla leadership in vari settori».
Ad esempio?
«Non vorrei fare l'elenco del telefono. Ma oltre ai nomi noti, ai Viganò, ai Locatelli, ai Merlini, ci sono professionalità di altissimo livello, riconosciuti non da me, per capirci, ma da indicatori internazionali. E' presente un capitale umano che spero di riuscire a sostenere come merita. E una valanga meno nota di studiosi e ricercatori che merita di emergere».
Prende un opuscoletto dal tavolo, al centro di una stanza rettangolare a finestroni, nello stesso palazzo in cui dormi Napoleone: cento pagine di pubblicazioni scientifche del San Matteo per il 2005, indicizzate su Medline e su Science citation index.
«Ecco vede - dice Redi - Questo infonde una grande sicurezza. Sapere di poggiare su colleghi con una tale valenza. Forse va sviluppata in tutti la consapevolezza che il San Matteo ha tutte le carte in regola per competere».
Con chi?
«Il nostro antagonista si chiama GeMiTo: Genova, Milano, Torino. Ma noi abbiamo le carte in regola per giocare una grande partita. E non solo facendo sfoggio del passato illustre. Abbiamo chance oggi, adesso. Con la capacità con cui traduciamo il dickat del ministero che ci chiede una medicina traslazionale: ricerche avanzate che si traducono in un'attuazione clinica, al letto del paziente. E poi abbiamo la fortuna di poter sfruttare la continuità d'esperienza del direttore generale e di quello sanitario. Se solo riuscissimo a cogliere il bicchiere mezzo pieno...»
Magari superando vecche ruggini? Come le divisioni tra universitari e ospedalieri?
«La sinergia tra Università e San Matteo è basilare e mi auguro si compia definitivamente. Entrambi gli enti trarrebbero vantaggi a dialogare. Anche questo ci aiuterebbe a vincere la sfida. Mi sembra peraltro sia nell'agenda del presidente».
Lei si occupa di cellule staminali e biotecnologie. A che punto siamo al San Matteo con la medicina riparativa?
«Molto avanti. Rimangono i trapianti di organi solidi, ma la strada è quella della terapia cellulare. Con la terapia genica siamo all'avanguardia, si sconta solo l'incapacità di costruire un vettore capace di entrare in modo mirato e posizionarsi nel posto giusto. Ci arriveremo».
Qual'è il futuro dopo la genomica?
«Il futuro è già qui: presto daremo l'addio alla genomica per entrare nella proteomica e nella trascrittomica. Questo percorso ci aiuterà a vincere le battaglie contro le grandi malattie, come il cancro. Al San Matteo e in Università siamo pronti. Ci sono fior di ricercatori in questi due settori. E spero anche di vedere presto dei brevetti. Dovremo attrezzarci, perché è un'occasione da non perdere».