Un centro ricerche multipolare o tre milioni per il Mezzabarba

(segue dalla prima pagina) abbia come deus ex machina gli strateghi del Mezzabarba che, però, per la solita riservatezza con cui si premurano di non subissare di eccessive informazioni i loro concittadini, preferiscono tenere il profilo basso e non dare troppa luce a scelte che potrebbero lasciare perplessi.
Già, perché di «Parchi Tecnologici» in giro per l'Italia ce ne sono già molti e alcuni di quelli esistenti hanno già segnato brillanti risultati. Però di Parchi Tecnologici a più sedi, «multipolari» appunto, con moltiplicazione di costi logistici e inevitabili complicazioni di ogni genere, non ne trovate neppure uno. Tranne quello che qualcuno, andando contro ogni logica e contro tutte le possibili razionalità di bilancio, pare vorrebbe mettere in piedi proprio a Pavia.
E perché mai? Per comprenderlo bisogna fare un passo indietro. Andare alle note, tristissime vicende della «Nuova Certosa», la società che unendo le forze di Provincia, Comune, Università e altri soggetti avrebbe dovuto dar vita una ventina di anni fa anche al 'Polo Tecnologico" pavese, da ubicare al Cravino. Di quell'esperienza rimane, a testimonianza, lo scheletro in cemento armato di un edificio che doveva ospitare la sede del Parco e che invece fu dismesso prima di essere completato perché - causa gli inciamponi messi in atto dalle passate Amministrazioni provinciali - l'idea era rimasta è rimasta al palo.
A rimetterla in circolazione, qualche anno fa, è stato il Comune di Pavia che, all'interno del progetto sull'area ex-Fivre/Magneti Marelli elaborato dal gruppo edilizio che fa capo all'imprenditore Napolitano, pensava di installare, in una parte dei palazzi che prenderanno il posto dello stabilimento chiuso da tempo, un mini-Parco Tecnologico. Erano circa tremila metri quadri, messi a disposizione con un accordo siglato col costruttore, su cui si era cominciato a ragionare assieme ad altri soggetti di peso, a cominciare dall'Università.
Tremila metri quadri, per un parco tecnologico, sono obiettivamente una miseria: consentono giusto di muovere qualche passo ma non di sviluppare seriamente una scommesssa (anche se le sfide, a livello di competizione tecnologica, non si misurano in metri quadri ma in know-how mobilitato e in network di saperi circostanti).
Qualcuno, in questo ragionare, ha chiesto con saggia ponderatezza di effettuare una perizia sull'edificio del Cravino, che ergeva le sue nude strutture abbandonate, per capire se era il caso di abbatterlo o di utilizzarlo in qualche modo. Una perizia di tecnici ha accertato che quella costruzione poteva ancora essere utilizzata per installarvi la sede del Parco Tecnologico e, da allora, l'Università ha cominciato a fare rotta sull'ipotesi del ritorno del Parco al Cravino.
Questa scelta si posa su motivi molto razionali. Innanzitutto fare il Parco al Cravino significa disporre di una costruzione che avrà un'ampiezza di due o tre volte superiore a quella che offrirebbe la metratura messa a disposizione nell'ex-Magneti Marelli. In secondo luogo l'ubicazione di una struttura di questo genere sarebbe perfettamente inserita, a corona del campus universitario, nel cuore del network dei saperi (che si parlano per internet e fibra ottica ma, anche, in persone reali che amano incontrarsi di persona, prendere il caffè assieme, parcheggiare con agio, avere del verde attorno quando lavorano, ecc.).
In aggiunta, il Parco Tecnologico al Cravino sarebbe subito collegato all'area metropolitana, visto che è a ridosso della superstrada per Milano. Non guasta neppure la disponibilità potenziale di altre aree, dunque con opportunità di ulteriori allargamenti impensabili nel progetto di Mini-Parco Tecnologico che si incastona nello stretto e congestionato cuneo che sta in via Fabio Filzi, stretto fra la ferrovia, la statale, il supermercato e le abitazioni.
Capite queste cose e formalizzate le scelte - come è stato fatto in una riunione che ha visto l'attiva partecipazione della Regione nonché dell'Università e del Comune - parrebbe che non ci dovrebbero essere più dubbi su cosa fare: il Parco va al Cravino con l'accordo di tutti e dei tremila metri dell'area Magneti-Marelli si fa a meno.
Tuttavia, pare che il Comune, rinunciando a questi spazi, in virtù degli accordi sottoscritti col costruttore operante nell'area, avrebbe diritto a una cifretta vicino ai tre milioni di euro, che coi tempi che corrono, non è proprio una bazzecola. Incomprensibilmente, il Mezzabarba, pur d'accordo con la dislocazione del Parco al Cravino, sembra non voler rinunciare al Mini-Parco presso l'ex-Marelli. Qualcuno ipotizza appunto l'idea del Parco Multipolare, che è una vera follia, visto che l'unico a guadagnarci, nel caso in cui si perseguisse questa strada, sarebbe chi non dovrebbe versare al Comune quei tre milioni di cui si è detto.
Tutti gli altri, invece, si troverebbero alle prese con complicazioni insostenibili, di quelle capaci di affossare una buona idea come quella del Parco Tecnologico. Si vuole ripetere il copione già andato in scena? E a vantaggio di chi?
Sarà meglio che il Mezzabarba scelga e velocemente, trovando chi - tra i suoi esponenti - è in grado di trattare un dignitoso accordo con la controparte. Di personaggi in grado di farlo non ne sembrano mancare. Dunque, lo si faccia e lo si dica in maniera trasparente alla città e agli altri interessati. Il Parco Tecnologico è una scommessa troppo rilevante - per l'intero territorio, per l'Università e per tutti i soggetti coinvolti - perché ci si possa permettere di perdere ancora tempo.
Giorgio Boatti