Tra equità ed efficienza le oscillazioni del sistema Italia
Parecchi anni fa, scrivendo su questo giornale, richiamavo l'attenzione sulla «preferenza per l'emancipazione» e sulla «propensione alla tradizione», nonché sulle rispettive varianti, quali «appigli» ai quali fare riferimento per dare base concettuale alle idee, rispettivamente, di «sinistra» e di «destra», contro il malvezzo di dar per morte non solo le ideologie ma, quel che sarebbe ben peggio, le idee stesse. L'argomento, a mio avviso, può essere utilmente ripreso in un momento in cui nuovi soggetti politici si annunciano sulla scena, la legge elettorale attuale viene (giustamente) revocata in dubbio, ma senza che si abbia adeguata consapevolezza della direzione di marcia del sistema complessivo, e comunque le modalità e i protagonisti del governo dell'economia nel senso più ampio del termine appaiono ancora una volta (si veda l'acceso e diffuso dibattito sulla Finanziaria) il nucleo centrale del dibattito.
Credo che un approccio utile possa svilupparsi su due piani o, se si preferisce, per approssimazione. Innanzitutto occorre stabilire una volta per tutte quale sia la «collocazione» del sistema italiano nella gamma delle macroalternative. Nel panorama mondiale la scelta non è certo ampia, e credo che anche la collocazione sulla base di grandi sistemi alternativi di valori non sia particolarmente problematica. Escluderemo senz'altro, almeno credo, le forme di Stato e di governo caratteristiche delle satrapie dell'Asia Centrale, i sistemi autoritari sudamericani, africani e mediorientali, cosi come (sebbene per motivi differenti) gli assetti istituzionali del subcontinente asiatico e della Cina. In tutte le altre aree del mondo il sistema di mercato, o a decisioni decentrate, sembra stabilmente insediato pur nelle sue numerose varianti (valga per tutte quella fra il sistema anglosassone e quello «renano» in Europa) e sebbene in parecchi paesi quello «di mercato» sia ancora, a tutt'oggi, un sistema «a tendere» in risposta a spinte e per obiettivi diversi, ad esempio la piena adesione all'Unione Europea. E questo non certo perché, come si illudeva Fukuyama, la storia sia finita (chi mai lo penserebbe dopo l'11 settembre?) quanto per il fatto che, specie dopo la caduta del muro di Berlino e le vicende dell'economia e della politica cinesi, sembra - in buona parte del mondo - ampia e consolidata l'adesione al sistema di mercato, adesione che - si badi - comprende anche il riconoscimento dell'ampiezza e della rilevanza dei sottosistemi economico-sociali in cui i «fallimenti del mercato» sono largamente riconosciuti e in cui, quindi, il ruolo del decisore pubblico, comunque poi si specifichi cosa si intenda per «pubblico», appare teoricamente consolidato e comunemente accettato. E' chiaro che questo approccio allontana dalla scena, e di fatto emargina, le ali estreme, quelle che ancora sostengono la «contestazione del sistema». A questo proposito non si pone naturalmente, né potrebbe porsi a pena di radicale contraddizione, alcuna questione di diritti o di libertà fondamentali bensi, tutt'al più, di capacità della propria presenza di incidere sui processi decisionali rilevanti. Resta quindi, e resterà, un «al di fuori», cioè uno spazio di soggetti e di idee in qualche misura alternativo ma questo è, credo, fisiologico ad un sistema lato sensu liberale o che comunque, del liberalismo, ha incorporato gli elementi fondamentali, particolarmente nel delicatissimo e sempre controverso campo dei diritti individuali.
Ma una volta che il sistema si sia collocato su questa base, fatta di fondamenta largamente condivise e di una limitata e non radicale gamma di varianti, c'è spazio per contrapposizioni «interne» al sistema: in altri termini per una dialettica fra alternative si «interne» ma non per questo meno identificabili e marcate, magari inserite in un contesto politico-istituzionale (ed elettorale) che le valorizzi e le renda ulteriormente riconoscibili? Ritengo che, a questo fine, le discriminanti, o meglio le accoppiate di alternative, siano più di una e tutte significative. Di particolare rilevanza mi sembra tuttavia essere quella fra «preferenza per l'equità» e «preferenza per l'efficienza». Si tratta, in larga misura, di termini autoesplicativi, che trovano larga trattazione nella teoria economica e in generale nelle scienze sociali, nonché consolidata cittadinanza nel senso comune. Le istituzioni del mercato, i sistemi retributivi, il sistema previdenziale e quello assistenziale, la regolamentazione delle relazioni industriali, le stesse relazioni commerciali internazionali possono essere «orientate» all'uno o all'altro di questi due principi, cosi come possono «trascolorare» dall'uno all'altro, cioè - dinamicamente - attestarsi sull'uno o sull'altro corno del dilemma. Saremo sempre «interni» ad un sistema di mercato, naturalmente, ma potremo trovarci collocati nell'uno o nell'altro sottosistema, cosi come «transitare» dall'uno all'altro. Parte del dibattito sulla recente Finanziaria può essere, a suo modo, considerato esemplare a questo proposito. Quando si parla, infatti, di «Finanziaria di equità e di sviluppo» non si fa che affermare la necessità di una compresenza fra i due orientamenti ai fini generali della sostenibilità dell'economia e della società ma, alle estremità dell'arcobaleno, troviamo chi «preferirebbe» una Finanziaria orientata prevalentemente all'efficienza, e quindi allo sviluppo (vedi Confindustria) e chi invece «voterebbe» per un provvedimento sbilanciato verso la redistribuzione dell'esistente, quindi verso l'equità complessiva. Deve tuttavia essere chiaro che, per quanto possano cambiare i «pesi relativi» di equità e di efficienza, il sistema non tollererebbe un sacrificio assoluto né dell'una né dell'altra. Né questo sarebbe tecnicamente praticabile, e comunque il risultato sarebbe contraddittorio. L'annichilimento dell'efficienza schiaccerebbe verso il basso i livelli produttivi e altererebbe l'intero sistema di «segnali» che regola l'allocazione delle risorse, con evidente effetto di retroazione in termini di equità. D'altra parte il sacrificio completo dell'equità sottoporrebbe il sistema sociale a tensioni intollerabili e gli stessi livelli produttivi risentirebbero in misura drammatica delle conseguenze, ad esempio in termini di consumo aggregato, di un sistema radicalmente «iniquo». In corrispondenza delle due configurazioni estreme (efficienza zero o equità zero) saremmo nell'imminenza di un'uscita dal sistema, cioè al confine della «rivoluzione», quindi di situazioni tecnicamente «catastrofiche». All'interno dei due estremi siamo invece «nel sistema» e in presenza di alternative compatibili, la scelta fra le quali è questione di preferenze prevalenti, di opportunità politica, di fattibilità parlamentare e di tante altre circostanze. E' chiaro, naturalmente, che ogni risultato produrrà conseguenze in termini di sviluppo, di compatibilità comunitaria, di conti con l'estero, di finanza pubblica: e naturalmente di esiti elettorali a breve e medio termine. Ma saremo sempre «dentro» al sistema di mercato. Far corrispondere il tradizionale concetto di sinistra alla «preferenza per l'equità» e quello di destra alla «preferenza per l'efficienza» non è, a mio avviso, arbitrario. Consente almeno di confermare che la larghissima maggioranza dell'arco politico italiano «sta» nel sistema di mercato e che percorsi alternativi all'interno delle regole di mercato sono si identificabili, ma certamente tutti compatibili con il contesto largamente accettato e comunque passibili di determinare risultati alternativi significativi ma comunque non «eversivi». Un sottoprodotto non insignificante di questo esercizio sarebbe inoltre quello di ricondurre alla calma il dibattito politico, attenuandone di molto la rissosità e l'inconcludenza emotiva. Comunque dibattere di questi temi mi sembra più interessante che discutere dell'imam di Segrate o delle ipotetiche gaffes di Putin.
Silvio BerettaPavia