Addio a un piccolo, grande poeta
PESCHIERA BORROMEO. «Egregio signore, non è con piacere che le scrivo. Lei si approfitta di ogni rilassatezza, dell'abbassamento della guardia nella battaglia quotidiana, ci proibisce di pensare ad altro. Vecchio caprone, non le sarà facile, né con me né con gli altri, la Resistenza è cominciata. Perché vede, io e miei fratelli e sorelle malati abbiamo tante cose da fare, una vita da portare avanti meglio cosi!».
Battagliero, ironico fino alla fine. Questa lettera aperta a Mr. Parkinson, Bruno Lauzi l'aveva messa sul suo sito per avvertire quell' «ufficiale inglese a riposo», condannato per violenza neurologica, che l'avrebbe inseguito fino «ad acchiapparla per la collottola e mandarla all'inferno». Bruno Lauzi, il «Piccolo uomo» della canzone italiana, la sua batttaglia l'ha combattuta fino a martedi pomeriggio, quando si è spento nella sua casa di Peschiera Borromeo, nel milanese, circondato dall'affetto della moglie Giovanna, del figlio Maurizio e dei suoi cari. Ieri, i funerali nella chiesetta di San Bovio.
Un addio malinconico, ma che non è una sconfitta. Bruno Lauzi ci è arrivato combattendo con l'arma dell'arte e dell'intelligenza, incrementando ogni sua attività, dedicandosi anche alla scrittura e alla lotta contro il Parkinson.
Nato ad Asmara l' 8 agosto del'37 (come Dustin Hoffman, amava ricordare) ma cresciuto a Genova, insieme a Luigi Tenco, suo compagno di banco al liceo Doria, Umberto Bindi, Gino Paoli, Fabrizio De André, Gianfranco e Giampiero Reverberi, Giorgio Calabrese, negli anni Sessanta rivoluzionò la canzone italiana dando vita alla «scuola genovese dei cantautori». Con loro la parola conquistò pari dignità della melodia. Poeta prestato alla musica, poliglotta appassionato di politica, giornalismo, gastronomia e gran cercatore di funghi, in 69 anni di vita Lauzi ci ha regalato più di 400 canzoni, come l'anticonformista «Garibaldi blues», dei tempi del Derby di Milano con Cochi e Renato; «Ritornerai», che gli apri le porte della tv; e «Il poeta», brano-manifesto della scuola genovese. I suoi più grandi successi sono degli anni'70 -'80, quando iniziò a misurarsi con la musica leggera. Nascono «Piccolo uomo» cantata da Mia Martini; «Amore caro amore bello» firmato da Battisti-Mogol; «Onda su onda», che scala le classifiche; e «Genova per noi», il classico di Paolo Conte.
Quattrocento brani che testimoniano le sue personali «scoperte» musicali, dal jazz anni Cinquanta agli chansonnier francesi, fino ai ritmi brasiliani. Ma soprattutto 400 poesie che hanno raccontato e accompagnato quattro decenni di storia d'Italia. «Era molto generoso. A volte si privava dei brani belli per farli cantare ad altri», racconta Dori Ghezzi, compagna di una vita di Fabrizio De André. «Ci siamo visti un anno fa», prosegue. «Malgrado soffrisse non aveva perso l'ironia. Voleva ridere, far divertire, non piangersi addosso. Ci riusci, raccontandomi aneddoti e barzellette». Sono tante le manifestazioni d'affetto arrivate ieri alla famiglia Lauzi, dal mondo dello spettacolo, della cultura e della politica. «Se ne va un uomo straordinario, per coerenza e per forza, di grande coraggio», dice Gino Paoli. «Una persona che è riuscita a trasformare una disgrazia in un esercizio creativo». Commosso, Sergio Cammariere confessa: «Per me era un secondo padre». Ivano Fossati lo ricorda come «un autentico anticonformista che non ho mai sentito adagiarsi sulle opinioni correnti». E poi ancora Il ministro Rutelli, il presidente della Camera Bertinotti, il sindaco di Genova Giuseppe Pericu.