Milano ai piedi di re Jordan
MILANO. Non gioca, ma basta la sua presenza per creare l'attesa del grande evento. Perchè Michael Jordan è la pallacanestro, e anche i più giovani che non lo hanno mai visto giocare sanno che nessuno è stato più forte di lui. Quando entra al Palalido di Milano, ultima tappa del tour europeo per promuovere la sua linea di abbigliamento legata alla Nike, gli oltre 3.000 spettatori si alzano e lo acclamano come se fosse ancora in attività. D'altronde non capita spesso di vederlo in Europa, anzi. Ma MJ è una star, superprotetta da numerose guardie del corpo: inavvicinabile, dunque.
Nessun autografo, allora, da parte di Jordan. E nessuna foto, poche parole di saluto e poi via. La sua agenda di appuntamenti non ha pause e tutto è programmato al dettaglio, a partire dalla conferenza stampa durata neanche 10 minuti con gentile preghiera di evitare domande su qualsiasi cosa non sia lo sport. Cronaca, politica, esteri? Meglio lasciar stare.
Ci ha provato un giornalista a Barcellona e Jordan ha preso e se n'è andato. Dura poco anche l'incontro con il sindaco di Milano Letizia Moratti che gli consegna l'Ambrogino d'oro e riceve da MJ la promessa di occuparsi della manutenzione del playground più famoso della città, nel Parco Sempione.
Poi la Moratti si accomoda sulle tribune del Palalido per assistere all'esibizione dei migliori talenti under 16 italiani. La presenza di Jordan in Europa serve anche a questo: visionare i giovani più interessanti nel torneo denominato «Jordan Classic» per promuovere oltre al suo brand, anche quella che resta la grande passione della sua vita. Il suo nome resterà sempre legato alla pallacanestro, nonostante si sia dedicato anche ad altri sport come il baseball, o il golf che ora è il suo hobby principale, al punto da consigliarlo anche a Michael Schumacher: «La sfida del pilota tedesco adesso è occupare il tempo libero», spiega MJ che di ritiri se ne intende, visto che solo al terzo tentativo ha appeso definitivamente le scarpe al chiodo.
Era il 2003 quando si è chiusa a 40 anni la carriera del più forte giocatore di basket di tutti i tempi: «Lo dicono tutti - spiega - ma io non so se sia vero. Ho imparato molto da tanti giocatori, essere considerato il migliore è un grande complimento, ma io non ho giocato contro Jerry West o tanti altri, quindi non so se sono stato più forte di loro».
Evita con abilità la consueta domanda su chi sia il suo erede e rivendica con orgoglio la superiorità del basket americano, nonostante la nazionale Usa non riesca più a vincere una competizione internazionale dall'Olimpiade di Sidney. «Il basket europeo è migliorato moltissimo - spiega - ma non è ancora allo stesso livello dell'Nba. Sicuramente sono stati fatti tanti passi avanti, ci sono bravissimi giocatori non americani nell'Nba, ma gli americani sono ancora i più forti».
Il discorso vale ovviamente anche per Andrea Bargnani, l'ex Treviso stella di Toronto, primo europeo ad esser scelto con il numero uno assoluto nel draft: «Ha molto talento, è giovanissimo e può imparare ancora molto. Per ora gioca ancora come un tipico europeo, quando capirà che non deve limitarsi a stare nella sua posizione ma può occupare tutti i ruoli in campo, potrà davvero diventare forte». Detto da sua maestà Michael Jordan non è un complimento da poco.