RIMETTERE IN CARREGGIATA UNA MAGGIORANZA FUORI ROTTA


Dalla risicata vittoria elettorale dell'aprile alla complicata stesura della Legge finanziaria e alle sue frequenti, nient'affatto marginali revisioni, la vita della maggioranza di centro-sinistra e del Presidente del Consiglio Prodi è stata alquanto difficile. Prodi continua a manifestare un ostentato ottimismo di facciata, ma anche la costruzione del Partito Democratico, da lui fortemente, voluta, ha creato parecchi dissensi interni al centro-sinistra, in special modo nelle file della sinistra dei Ds. Per fortuna di Prodi e della sua maggioranza, l'opposizione di centro-destra fa la faccia feroce e mobilita una piazza amica, ma appare poco propositiva e divisa sulla leadership di Berlusconi, costantemente sottoposto a punture di spillo da Casini. Tuttavia non vale il detto «mal comune mezzo gaudio» poiché chi ci rimette è complessivamente l'Italia, governata poco e, al momento, neppure bene.
Il problema non è soltanto che a tutt'oggi i provvedimenti più importanti contenuti nella Finanziaria sembrano ancora soggetti a cambiamenti ad opera della maggioranza stessa. Della capacità del governo Prodi di condurre in porto una finanziaria rigorosa, fatta di equità e di sviluppo, non si fidano né, da un lato, due grandi agenzie internazionali di valutazione del «rischio Italia», che influenzano le scelte degli investitori stranieri, né la Commissione Europea, che ha addirittura inviato il Commissario Almunia a monitorare la traiettoria della Finanziaria. Fortuna che ha dato un giudizio iniziale incoraggiante.
Navigando fra le ostilità, più o meno palesi degli industriali e la necessità del sostegno dei sindacati, il governo ha ottenuto un successo intermedio con l'accordo sul Tfr. Ma sa che il consenso dei sindacati durerà fintantoché non procederà ad incisive e probabilmente necessarie revisioni del welfare, a cominciare dalle pensioni. Dovrebbe procedere ad ulteriori liberalizzazioni, e sicuramente il Ministro Bersani lo farà, nella consapevolezza che le categorie interessate reagiranno, come hanno già fatto tassisti, farmacisti, avvocati. La strada è quella giusta, ma è imperativo mantenere la rotta.
Purtroppo, il centro-sinistra e Prodi non riescono a mandare segnali convincenti all'elettorato. Al contrario, sembrano procedere a vista, come dimostrano le troppe revisioni della finanziaria, guadagnandosi anche le critiche dello stimato neo-Governatore di Bankitalia. Le ripetute, forse scaramantiche, dichiarazioni di Fassino e di Rutelli che non esistono alternative e che si tornerebbe a votare in caso di caduta di Prodi segnalano il timore che la coalizione non regga piuttosto che la sua solidità.
Fra l'altro, è quasi sicuro che il Presidente Napolitano non scioglierebbe il Parlamento se prima non venisse riformata la pessima legge elettorale. Dunque, quello che occorre al centro-sinistra non è un Partito democratico, ma un dibattito democratico che conduca a politiche condivise e disciplinatamente appoggiate da tutta la coalizione. L'onere e l'onore di formularle spettano a Romano Prodi che deve esercitare fermamente la leadership di governo che gli hanno affidato gli elettori.

Gianfranco Pasquino