«Temiamo che torni libero»
PAVIA. «Un uomo che ha perso il figlio in modo assurdo e ancora non se ne capacita». Cosi l'avvocato Massimo Marmonti parla del padre di Marco Calvi che ha rappresentato, come parte civile, nel processo a Riccardo Marinelli. E aggiunge ciò che è umanamente comprensibile: che i parenti di Calvi, cioè, espressero la volontà precisa della punizione più rigorosa per l'ex ispettore della Mobile. E che ora, 10 anni dopo, temono che l'ex poliziotto possa ritornare in libertà. Perchè le ferite sono ancora vive.
L'avvocato Marmonti di quei giorni ricorda, soprattutto, un aspetto: «Il tentativo, da parte di Marinelli, di accreditare il duplice omicidio come un delitto d'impeto. Mentre invece, come gli atti hanno dimostrato, vi fu premeditazione. Il delitto venne pianificato e portato a termine dopo che, addirittura, l'ex poliziotto aveva intercettato le telefonate della moglie e del suo amante». Si diceva di una ferita morale che ancora sanguina. «Ho tenuto rapporti vivi e continui con il padre di Marco Calvi. - aggiunge l'avvocato - Ancora non si capacita di quanto è accaduto. E parecchia gente, ancora oggi, mi chiede se Marinelli si trovi in carcere o sia stato rilasciato». Sul fronte opposto, l'avvocato Carlo Dell'Acqua fu, insieme alla collega Fiorella Bertoli, il primo difensore dell'assassino. «Me lo ricordo taciturno - dice - poco incline alle confidenze, compreso nel ruolo di marito tradito. Al processo contestai la testimonianza dell'uomo che aveva trovato il corpo della Granieri: non era coerente sui tempi. E parlai delle figlie. Pensai che avevano perso in un colpo solo i loro punti di riferimento. Parte della difesa si basava su quell'aspetto, ma la loro situazione mi toccò nell'animo». (f.m.)