A bordo, con inquietudine


ROMA.L'inquietudine si legge sulle facce ancora un po'assonnate dei passeggeri. La mattina dopo il più grave incidente mai avvenuto sulle linee metropolitane della Capitale, le stazioni ricominciano presto ad animarsi. Ma a bordo dei treni ci sono meno persone del solito. «Sembra quasi domenica», commentano i dipendenti della Me.tro, la società che gestisce le linee A e B della metropolitana. Ripercussioni psicologiche del tamponamento di martedi? Non solo: molti hanno deciso di spostarsi con la macchina o l'autobus perché avevano letto su alcuni giornali che la linea A, quella dell'incidente nella stazione di piazza Vittorio Emanuele II, sarebbe rimasta chiusa al traffico. Invece alle 8 i treni hanno ripreso a viaggiare, mentre le macchine ingolfavano il traffico, soprattutto nelle vie d'accesso alla città.
Non c'è stata la folla dell'ora di punta, confermano i frequentatori abituali della metropolitana. «Ho trovato subito posto - spiega Concetta, una ragazza originaria della provincia di Catania - c'era meno confusione. Prendo la metro tutte le mattine, intorno alle 8, per andare a lavoro e a volte è difficile riuscire a entrare per quanta gente c'è. Ma oggi no».
Sulle poltroncine arancioni i viaggiatori leggono gli articoli dei giornali sulla tragedia di martedi. C'è silenzio e forse ci si fa più caso del solito. Tra le poche persone che parlano, l'argomento di discussione è scontato. Perché nessuno riesce a non immedesimarsi con chi era sui due convogli dell'incidente, pensando a tutte le volte che è passato per quella stazione, Vittorio Emanuele. Una delle 26 della linea A, sulla quale viaggiano ogni giorno 450mila persone. Diciotto chilometri che tagliano sotto terra la città da sud-est a nord-ovest, passando per il centro. Per tanta gente l'unico modo per raggiungere velocemente l'ufficio, l'università, la scuola o la stazione. E allora non ci sono molte alternative: si prova a ricacciare dentro la paura, anche se oggi è ancora troppo presto per cancellare le immagini delle lamiere attorcigliate dei vagoni e delle facce insanguinate dei feriti.
«Ho ancora l'angoscia dentro - dice una donna di mezza età, mentre sale sulla metro alla fermata Anagnina-: su uno dei due treni dell'incidente ci potevo essere anch'io e soltanto per mezz'ora mi sono salvata. E' chiaro che stamattina (ieri ndr) ho ancora tanto timore, ma purtroppo sono costretta a prendere la metro ogni giorno per andare al lavoro. Se avessi la possibilità però sicuramente prenderei la macchina o il taxi».
Paola, un'avvocatessa di trent'anni, è salita su uno dei vagoni centrali «perché non si sa mai». «Ma in fondo - aggiunge - incidenti cosi gravi non erano mai capitati finora, quindi continuerò a viaggiare in metropolitana».
Quando il treno passa, senza fermarsi, dalla stazione Vittorio Emanuele (che sarà riaperta oggi), sono tante le persone che si alzano in piedi per sbirciare dai finestrini. Curiosità, ma anche molta tristezza per Alessandra Lisi, la giovane vittima dell'incidente. «Non si può morire cosi», dicono i passeggeri.

Daniele Fortuna