Angelini, lettere inedite per ritrarre un grande della Pavia del Novecento
PAVIA. Anche se sono passati già trent'anni dalla sua scomparsa, a Pavia lo ricordano in molti Cesare Angelini, il sacerdote, lo scrittore e l'artista, amico di tanti intellettuali del Novecento, da Prezzolini a Montale, da Ada Negri a Gallarati Scotti, da Monsignor De Luca a Valgimigli, da Caretti a Maria Corti (senza dimenticare, fra i pavesi, Enrica Malcovati e Monsignor Gianani). Ecco perché - a testimonianza di questi legami - abbiamo scelto tre brevi 'pezzi", molto significativi. Un ricordo, quasi parlante, lasciato da Indro Montanelli; una lettera di Vittorio Beonio-Brocchieri ('il Beo", come lui lo chiamava), e un altro straordinario 'scampolo" di una lettera di Angelini, indirizzata a Giovanni Spadolini a proposito di Gobetti. Leggere queste righe è un modo, insolito e per certi versi commovente, per restituirci uno dei 'grandi" della Pavia del XX secolo.(art. col.)
Nel 1984 il professor Mario Talamona, antico alunno del Collegio Borromeo, volle fare un'omaggio, pubblicando due scritti di Cesare Angelini col titolo 'Perpetua e don Abbondio" in un elegante volumetto, stampato dall'editore Franco Sciardelli come libro-strenna dell'allora Banca del Monte. E Indro Montanelli scrisse come prefazione un 'Ricordo di don Cesare", da cui ricaviamo questa pagina di straordinaria vivacità.
Nel suo studio, gonfio di libri, disposti su scaffali che andavano dal pavimento al soffitto, don Cesare Angelini mi veniva incontro rapido, con la sua affabilità nient'affatto manierata, eppure un po' vieux jeu, d'altri tempi. Ricordo d'avergli detto un giorno che somigliava all'abate Morellet, e lui m'aveva risposto ridendo che non c'era più un Diderot, né un'Encyclopedie su cui valesse davvero la pena di scrivere...Aveva, don Cesare, un gusto tutto settecentesco per la conversazione elegante, in tono ch'era però d'assoluta naturalezza, sottolineato da un sorriso che poteva sembrare un po' compiaciuto oppure ironico, secondo le disposizioni di spirito del visitatore.
Si, pareva proprio, don Cesare, un abate del Settecento sopravvissuto, chissà per quale miracolo d'ibernazione, fino a noi.Non so che cosa lo indusse al sacerdozio. Se fu la vocazione religiosa, essa ha dovuto vedersela sempre con quella letteraria, e non potrei ancor oggi giurare che ne sia uscita trionfante. Egli mi spiegò che a convertirlo (o a pervertirlo?) alla poesia furono, quando poco più che ventenne se ne andò a Cesena, Renato Serra (ch'era direttore della Biblioteca Malatestiana) e monsignor Giovanni Cazzani, celebre grecista. 'Un critico straordinario", mi disse, 'che sarebbe diventato insieme Benedetto Croce e Francesco De Sanctis, lo lo Spirito Santo non l'avesse fuorviato verso l'amministrazione diocesana". Quando gli feci osservare che quel 'fuorviato" mi pareva un po' grave, almeno per lo Spirito Santo, egli allargò le braccia in gesto contrito, ribadendo placido. 'E mi ricontrollo".
Indro Montanelli (1984)
Tutti ricordano che Angelini è stato fra i collaboratori della terza pagina del 'Corriere della Sera" nel secondo dopoguerra. Pochissimi, invece, sanno che a presentare Angelini è stato Vittorio Beonio-Brocchieri con questa lettera, scritta al direttore Aldo Borelli, fin dal novembre del 1932. E infatti, il 4 gennaio 1933, apparirà la firma di Angelini con un articolo dedicato a Betlemme, intitolato 'Città con la stella in fronte".
Pavia, 1. nov. 1932 Illustre Direttore,
durante il periodo Natalizio, con un pellegrinaggio dell'Opera di San Paolo il mio amico Cesare Angelini è stato invitato a recarsi in Terra Santa. Se Ella volesse accettare 4 o 5 articoli suoi, Angelini partirebbe. Le pretese del mio amico sono modeste come la sua francescanissima povertà. Ma egli saprebbe certamente dare ai lettori del 'Corriere", in questa occasione, cinque autentici capolavori. Egli sta scrivendo ora una Vita di Cristo, cosicché tutto il materiale d'ambientazione spirituale è già preparato e il primo articolo potrebbe pubblicarsi magari il 25 dicembre col titolo Natale a Betlemme. Mi permetto ricordarLe che Angelini è ritenuto oggi il più grande scrittore italiano tra i Sacerdoti Cattolici. Se Ella volesse invitarlo a un breve colloquio per intendersi con lui, certo Angelini Le sarebbe gratissimo e verrebbe immediatamente a Milano.
Ad ogni modo perdoni il mio ardire e gradisca l'espressione del mio più devoto ossequio.
V. Beonio-Brocchieri
Fra gli amici di Angelini figura anche Giovanni Spadolini, che quand'era direttore del 'Resto del Carlino" chiamò a collaborarvi Angelini e continuò più tardi, allorché andò a dirigere il 'Corriere della Sera". Questa lettera di Angelini risale al marzo 1966, e prende spunto dal quarantesimo della morte di Piero Gobetti, dimostrando una volta di più quanto fosse uno spirito libero e indipendente questo sacerdote, scrittore e artista.
Pavia, 5 marzo 1966 Caro Spadolini
Grazie d'avermi segnalato il Suo elzeviro su Gobetti. Completa le belle considerazioni che Lei aveva riposte in un interessante dibattito televisivo alcune sere fa.
Il debito con Gobetti Lei l'ha pagato non solo per sè, ma un po' per tutti noi che viviamo con delle idee vive e libere e 'ecumenicamente" liberali, proprio per onorare Iddio, che dev'essere di partito liberale (e, per di più, monarchico).
Gobetti io l'ho conosciuto proprio il giorno delle sue nozze. Passando per Milano con la sua piccola sposa, venne al Circolo del Convegno, diretto da [Enzo] Ferrieri, dove io tornavo ogni giorno. Allora era un giovanotto ventunenne, pieno di fermenti; dai quali poi usci la sua persona. So che Lei, caro Spadolini, è un galantuomo che paga tutti i debiti. L'ho visto anche a proposito di Croce; quello che ne ha scritto (e fatto scrivere) e quello che ha detto alla televisione. Anche ieri sera, quando, in quel suo andare vicino all'anima di Croce, ne sottolineava, con tanta discrezione, l'aspetto irrimediabilmente cristiano....
Mi creda Suo devotissimo
Cesare Angelini