Stanic, assist per l'Edimes

PAVIA. Maximiliano Stanic, il playmaker che sta facendo innamorare i pavesi alla media di 7.5 assist a partita, pochi mesi fa ha portato Scafati in A1. E adesso che è ripartito per una nuova avventura sul Ticino, proviamo a conoscerlo meglio. Innanzitutto per quel cognome slavo di chi si proclama metà italiano, un quarto sloveno e un quarto argentino. L'Edimes che prepara la trasferta di Jesi dopo aver battuto Sassari e Rieti vive un momento di euforia. E allora possiamo permetterci di raccontare la storia di Maxi. Tutto comincia con un nonno paterno di Gorizia e una nonna originaria di Trieste che, ai primi del Novecento, si trasferirono in Slovenia acquisendone la nazionalità. Dopo la guerra, poi, la decisione di andare a cercare fortuna in Argentina. Maxi è uno dei quattro nipoti di quei nonni che, insieme ai fratelli Nicholas, Paola e Gisella fu avviato al basket dall'appassionato zio Oscar. E oggi, mentre Nicholas è il regista di Firenze in B1 in un super-team con Abbio, Monzecchi, Monti, Scrocco e Shorter (due vittorie nelle prime due giornate), Maxi è approdato a Pavia. Dove un play cosi lo aspettavano da tempo.
«I miei assist? Perché mi trovo bene con questi compagni - esordisce Stanic - e perché so sempre come vogliono la palla. Purtroppo mi escono i tiri che invece ho sempre segnato. Però conta vincere e finora ognuno ha trovato il suo momento di gloria. A Sassari era Monroe a non sbagliare e abbiamo giocato per lui; con Rieti è toccato a Gatto. Domani potrebbe toccare a me o a Baxter, altro giocatore ricco di talento». Maxi scherza sul suo nome e svela le sue origini: «L'altro giorno ho ricevuto una mail da un tifoso che mi chiedeva lumi sul mio nome, ma non so se i miei genitori hanno deciso di chiamarmi cosi per l'imperatore austriaco. Quando torno in Argentina glielo chiedo e poi lo faccio sapere a tutti. Sulle mie radici, invece, i miei nonni paterni, nati a due passi dal confine, optarono per la nazionalità slovena prima di trasferirsi in Argentina». La colpa dell'amore per la palla a spicchi è invece di zio Oscar. «Nulla a che vedere con il brasiliano che so aver giocato a Pavia - sorride Maxi - , ma lui ha insegnato a giocare a me e ai miei fratelli. Allo sport mi ha avviato mia madre, perché non sapeva come tenermi a freno. Ho praticato un po' di tutto e poi ho scelto il basket». A Pavia si è ritrovato con il connazionale Martinez: insieme vivono molto con la squadra. «Abbiamo più o meno tutti la stessa età, per questo si è creato un bel gruppo e con mogli e fidanzate ci troviamo anche fuori dal parquet. In campo, invece, a cementare l'unione ci pensano gli obiettivi comuni e il lavoro duro in difesa. Ha ragione Ezugwu quando dice che siamo tutti pronti ad aiutarci, io o Gatto non guardiamo di chi è l'attaccante, ma cerchiamo di raddoppiare e spendiamo un fallo senza paura e se dietro siamo un gruppo, davanti la palla si passa che è un piacere e non ci sono egoismi». A proposito, Ezugwu dice che è felice di giocare finalmente con lei: «Ci conosciamo da quando giocavo a Jesi e già allora mi diceva che prima o poi avremmo giocato insieme, cosa avvenuta a Pavia. Peter porta dei blocchi da far paura e taglia preciso in area. Dargli palla è semplice». A Firenze gioca il fratello minore Nicholas, 22 anni, anche lui play: «Ci sentiamo ogni giorno. Li è partito come riserva, ma gli infortuni lo hanno fatto diventare protagonista. Ha vinto due partite pure lui ed è la prima volta che siamo entrambi primi in classifica. La stagione però è appena iniziata. L'Edimes? Punta ai play off: difendendo cosi non abbiamo paura di nessuno».
Maurizio Scorbati