Nelle pagine del libro del filosofo Veca troviamo gli attrezzi del "mestiere di vivere"

PAVIA.Abitare, amare, conflitto, dolore, felicità, gioia, giustizia, invecchiare, male, memoria, oblio, pace, pluralismo, relativismo, solitudine. Sono le 'cose della vita", cioè gli attrezzi del mestiere di vivere. L'ultimo libro di Salvatore Veca, uno dei più importanti filosofi italiani e vicedirettore dell'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, intitolato appunto 'Le cose della vita": congetture, conversazioni e lezioni personali" (edito dalla Biblioteca Universale Rizzoli, 9,80 euro), cerca di metterle a fuoco attraverso l'obiettivo del filosofo.
«Nel mio ultimo libro - spiega l'autore, che lo ha presentato a 'Socrate al Caffè" la scorsa domenica - propongo a chi mi legge alcune prove filosofiche di autoritratto. Cerco di mettere a fuoco le nostre ordinarie questioni di vita. L'esame delle questioni di vita si avvale di alcune congetture che sono familiari ai nipotini di Socrate. Una me l'ha suggerita il grande David Hume, il filosofo morale delle donne. In un passo del suo celebre 'Trattato sulla natura umana" Hume scrive: 'Una solitudine totale è forse il peggior castigo che ci si possa infliggere. Qualsiasi piacere languisce se non è gustato in compagnia e qualsiasi dolore diventa più crudele e intollerabile"».
«Sono convinto - continua Veca - che il male per tipi come noi sia esemplificato dalla condanna alla sorte della solitudine involontaria. La condanna può avere molti volti, grandi e piccoli. Comporta in ogni caso la sorte dell'esclusione da una qualche compagnia, della rottura dei legami e delle connessioni con qualcuno o con qualcosa. Quando incappiamo nella sorte della condanna, proviamo l'esperienza dell'isolamento come disvalore. Mentre gli altri ci diventano stranieri, noi diventiamo stranieri a noi stessi. E, nelle circostanze più severe e sfortunate, ci perdiamo nel mondo».
Nella prima parte del libro, l'investigazione filosofica è condotta attraverso alcune congetture di alta generalità e astrattezza, cercando di fermare almeno un istante il motevole senso che può avere per ciascuno di noi il mestiere di vivere. Si tratta di quindici brevi capitoli in cui la riflessione filosofica mette a fuoco una gamma di questioni di vita.
Nella seconda parte intitolata 'Lezioni personali", Veca traccia dodici brevi ritratti di maestri, colleghi e amici, figure intellettuali che hanno lasciato tracce e impronte nel vasto campo del sapere delle cose umane: Vilfredo Pareto, Carlo Rosselli, Karl Popper, Lewis Mumford, Enzo Paci, Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Franco Antonicelli, Robert Nozick, John Rawls, Bernard Williams, Marco Mondadori. A quest'ultimo è dedicato uno struggente ultimo capitolo di ricordi personali, a lui che «aveva la passione dell'intelligenza».
Lo scopo principale della seconda parte del libro, spiega Veca, è la ricognizione del retaggio: «Mi chiedo in parole povere quale sia la natura dell'eredità che certe lezioni ci hanno consegnato durevolmente, e che ha effetti sui nostri modi di interpretare, descrivere, spiegare, valutare, giudicare, commentare le cose della vita, grandi o piccole che siano. Se le congetture hanno carattere essenzialmente concettuale, le lezioni chiamano in causa direttamente il tempo e la storia. In una cultura che tende ad azzerare il senso della storia, è buona cosa tessere e ritessere l'elogio del suo senso». Secondo l'esempio del sociologo Pareto, che si paragonava a un giocatore di biliardo, che senza prendere a parte al gioco, sta segnando i punti: «Vivo appartato, studio i fatti, e basta». (. s.)