Un «giallo» sull'immobile che provocò la bancarotta In tre vanno sotto accusa

PAVIA. «Infine si segnala la vendita di un immobile durante il periodo di liquidazione a un prezzo pari ad un quarto del valore di perizia del medesimo. Si stanno svolgendo indagini su tale circostanza». Scriveva cosi, il 26 novembre, il curatore fallimentare della Mp Car di Bornasco. Le indagini, a dire il vero, poi le svolse anche la Guardia di Finanza e la procura della Repubblica, indagini che hanno portato al rinvio a giudizio, con l'accusa di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta fraudolenta documentale due ex-amministratori della società e un «prestanome».
Si tratta Maria Luisa Bezzan, 66 anni, di Milano (assistita dagli avvocati Pozzi e Pitrelli di Milano), di Massimo Preda, 59 anni, di Pavia (con gli avvocati Raffaella Nofri e Diego Perrucchini di Pavia) e Federico Fuortes, di Roma (avvocato Marco Casali di Pavia).
Tutto, dunque, verte intorno a quell'immobile, in località Fornace a Bornasco, che secondo la perizia giurata valeva 150mila euro e non i 32mila circa per cui fu venduto a Fuortes... Ma torniamo all'inizio. Siamo nei primi mesi del 2000 e la ditta, che ha sede a Bornasco e si occupa di macchinari industriali e agricoli, non naviga in buone acque. Ma neppure cosi agitate da far pensare al fallimento. Il titolare, ossia Preda, si è separato dalla moglie, che era in azienda con lui, e decide quindi di chiudere l'attività e dare all'ex-compagna il dovuto (era socia). Ma per chiudere davvero la vicenda imprenditoriale, si dovrebbe vendere l'immobile che garantisce buona parte dell'eventuale debito: il capannone in località Fornace. Ma non si trova a chi venderlo. Almeno, secondo la versione del titolare. E allora... E allora, come recita il capo di imputazione, Preda e Bezzan (che era il liquidatore), «distraevano una somma pari a 95mila euro, corrispondente alla maggior somma incassata dall'operazione di compravendita dell'immobile della fallita, costituito da un capannone ad uso deposito venduto attraverso la stipulazione di negozi giuridici di compravendita simulati, consistiti nella cessione dell'immobile a Fortues Fedrico (prestanome di Preda) per il prezzo di 32mila e 500 euro, e nella successiva cessione dell'immobile alla Sbs Leasing SpA dietro versamento di un importo pari a 130mila euro». In pratica, la differenza del valore del deposito (tra quello vero, di 130mila euro, e quello per cui fu venduto la prima volta, i 32mila e 500 euro), sarebbe la somma sottratta, distratta fraudolentemente (ossia tramite vendita simulata) a danno dei creditori. Ma va anche rilevato - al di là del fatto che ci sono altre accuse (solo per Preda e Bezzan) sulla sottrazione di documentazione contabile - che il fallimento era avvenuto per poco più di 20mila euro, e che alla fine, sosterrà la difesa degli imputati, tutti i creditori erano stati saldati. Insomma, un fallimento, forse, evitabile, e magari provocato più che altro dalla fretta di Preda di chiudere la procedura. Anche perché, da quello che si è capito, Preda avrebbe comunque trattenuto il maggior valore della vendita dell'immobile, saldati i debiti, mentre Fuortes si sarebbe limitato a fare un favore «ad un vecchio amico di scuola». Si vedrà al processo. (f. ma.)