Un monologo più politico che religioso
Forse l'aspetto più eloquente e simbolico dell'incontro di ieri a Castel Gandolfo è stata l'immagine stessa della Sala degli svizzeri della residenza estiva dei papi. Li il pontefice, l'unico e infallibile capo della Chiesa cattolica, seduto solennemente in fondo alla sala, ha recitato un discorso in francese ai 22 diplomatici venuti dai paesi abitati da maggioranze islamiche e ai 16 rappresentati delle comunità dei musulmani in Italia.
Dall'immagine di quella sala è emerso senza equivoci che si è trattato di un indispensabile e benaugurante monologo del Vescovo di Roma per spiegare il suo vero intento nel corso della «lectio magistralis» del 12 ottobre a Ratisbona: un'ulteriore prova che potrà e dovrà aprirsi una nuova fase di dialogo tra la Santa sede e le diverse e spesso contrapposte sedi dell'islam.
Dunque, un monologo e non un dialogo, che ha avuto un peso innanzitutto di carattere politico, anzichè religioso. Chi ha organizzato questo incontro era perfettamente a conoscenza dell'assenza di una centralità analoga nell'emisfero islamico, con cui aprire un dialogo teologico e trovare un terreno d'intesa sul senso della trascendenza.
Gli strateghi del Vaticano erano probabilmente preoccupati delle drammatiche conseguenze politiche di una frattura tra il cristianesimo e l'islam in un mondo mortificato e martorizzato dagli scontri tra religioni e civiltà. Quindi, nella sala degli svizzeri sono stati invitati i diplomatici, rappresentanti politici dei paesi islamici, e non i mufti, gli ayatollah, i professori delle scuole di Najaf e di Qom, oppure i maestri dell'università religiosa di al-Azhar al Cairo.
Il papa ha trasmesso che non c'è futuro di pace senza dialogo tra cristiani e musulmani, nel rispetto dell'indentità di ciascuno. Paradossalmente, però, l'«identità» dei musulmani, oggi, pare sia strettamente legata al drammatico travaglio in corso nel mondo islamico alla ricerca di una nuova identità. Una nuova identità che una parte dei musulmani crede di poter trovare nel passato, nel fondamentalismo e nell'integralismo, mentre un'altra parte mira alla riforma dei ruoli tradizionali dell'islam nella società, nella politica e nella cultura, cercando di consegnare la religione al mondo contemporaneo e alle sue realtà.
Nel suo monologo, il papa ha accennato poi alla «Magna Charta per la Chiesa cattolica del dialogo islamo-cristiano»: un ritorno, insomma, alla linea intrapresa dalla chiesa negli anni di Wojtyla, un pontefice particolarmente amato e stimato dalla gente comune nei paesi islamici.