Vigevano non è più la città della scarpa
VIGEVANO. Gli addetti (impiegati e operai) del settore calzaturiero sono diminuiti, dal 1961 a oggi, da circa 15 mila unità a circa 1.800, solo a Vigevano. E' la fotografia di 45 anni di storia della ex-capitale della calzatura, a partire da quando aprivano le botteghe di lavoratori del settore in ogni cortile fino alle emorragie costanti di posti di lavoro degli ultimi anni. Il responsabile della Camera del lavoro e della Filtea-Cgil, Claudio Cerri, illustra le cifre e commenta l'intervento del presidente dell'Anci (associazione nazionale calzaturifici), Rossano Soldini, sulla situazione del settore.
Nel distretto vigevanese, spiega Cerri, le ore di cassa integrazione per il settore calzaturiero sono scese, ma è aumentato il ricorso alla cassa integrazione straordinaria. «E' l'effetto della cassa in deroga, arrivata con il Patto sul lavoro firmato a Roma che ha portato 15 milioni di euro per il distretto» sottolinea Cerri. Fino al 31 maggio, di quei 15 milioni (destinati non solo alle imprese calzaturiere) ne sono stati utilizzati 7. «Credo che a fine 2006 arriveremo a un utilizzo di circa 11 milioni di euro - evidenzia Cerri - ne resteranno 4, che abbiamo chiesto al ministero di aumentare, per il 2007». Ma qual è la situazione nel calzaturiero vigevanese e del distretto? «Non è positiva - sottolinea Cerri - negli ultimi quindici mesi, tra calzaturificio Adamello, Garlaschese e Giardini abbiamo perso circa 280 posti di lavoro. Ma credo che la selezione più grossa tra le aziende sia ormai avvenuta». Il quadro, ormai, sembra abbastanza stabilizzato. «La ragione per cui noi con il Tavolo istituzionale abbiamo chiesto la cassa in deroga - spiega Cerri - è che le aziende industriali della zona avevano quasi esaurito la cassa integrazione ordinaria e le aziende artigiane erano ormai ai limiti con l'Elba, che è lo strumento ordinario per gestire i processi nell'artigianato». In occasione del Micam di marzo, quest'anno, era scoppiata una polemica tra Cerri e Soldini sui dazi contro l'importazione di scarpe dalla Cina e dal Vietnam, e la concorrenza sleale di chi produce all'estero a bassi costi, per vendere in Italia a prezzi altissimi.
Soldini, l'altro giorno, ha puntato il dito in particolare contro le grandi griffes che fanno produrre scarpe a 12-13 euro all'estero e le vendono a 140 euro in Italia, con ricarichi enormi. «Condivido - dice Cerri - le espressioni usate da Soldini su chi inganna i consumatori producendo in Oriente a basso costo di manodopera e rivende qui a prezzi davvero spropositati: è un nodo centrale per combattere la concorrenza sleale. L'Anci ha sottolineato bene l'importanza della battaglia sull'etichettatura d'origine. Da Vigevano non molti hanno spostato la produzione all'estero: il colpo più duro è stato inferto all'economia della nostra città quando il grosso della produzione di scarpe si era spostato anni verso il centro-sud dell'Italia».