RIVOLUZIONE IMPOSSIBILE
L a gestione industriale dell'azienda calcio ha prodotto stadi scomodi, costosi, poco e mal frequentati. E la bancarotta permanente e strutturale delle società. E la dilapidazione preventiva dei soldi versati dalle tv. E la generalizzata evasione fiscale e contributiva. E l'inarrestata crescita dei costi. E il deprezzamento sul mercato della merce. Ma a Guido Rossi gli «addetti ai lavori» avevano spiegato, ben prima della vicenda Telecom, che, se voleva rimanere commissario, doveva ricordarsi che i gestori del calcio erano tutti manager e galantuomini. Non facesse onda il commissario, se non voleva restare sommerso: questo era stato l'avvertimento d'agosto. I responsabili del calcio come sport e spettacolo hanno prodotto campionati gravati dal sospetto congenito, una classe arbitrale contigua e rampante, segmenti di opinione pubblica reciprocamente faziosi e a questa faziosità allevati e nutriti e ancora, ma non ultima, una eccessiva previdibilità dell'esito sportivo della competizione. Un gioco in cui vincono sempre gli stessi perchè troppo più forti, una situazione che lo sport professionistico americano rifiuta proprio perchè mortifica il valore, anche economico, dello spettacolo. Ma gli «addetti ai lavori», ben prima della vicenda Telecom, avevano spiegato a Guido Rossi che le nuove regole, industriali e non morali, dovevano soprattutto essere scritte con la mano e il beneplacito dei vari presidenti e dirigenti. Quindi, tetto salariale, limite alle rose di giocatori, equilibrio costi e ricavi, vendita collettiva e ripartizione dei proventi dei diritti tv non dovevano dar fastidio a chi c'è. Avevano perciò intimato a Rossi di essere «uomo di mondo». Di che mondo si trattasse Rossi lo aveva capito e detto: «Intreccio spesso perverso, magma non scindibile tra economia, sport, informazione, spettacolo, politica». A pensarci bene, Rossi si è dimesso il giorno di queste parole. Pronunciate non a caso dopo che la seconda sentenza d'estate aveva mostrato come la giustizia sportiva concepisse se stessa come contrattazione tra poteri più o meno forti interni al sistema. E subito dopo quella sentenza gli «addetti ai lavori», presidenti, giornalisti e manager erano corsi in tv a gridare che il commissario doveva imparare a rispettare le regole della famiglia.
Rossi non è stato un eroe: visto l'ambiente ha deciso di cambiare aria. Umanamente comprensibile. E dopo di lui Borrelli e dopo di loro ogni persona di sana ragione e sentimenti starà alla larga. Il calcio si mostra non riformabile e si vanta di esserlo. Resta com'era e com'è: un'area di saccheggio per piccoli e rapaci signori della guerra. Assistiti e lodati da politici opportunisti e giornalisti teatranti a loro agio nel format «Tv-Billionare». Feltri e la Ventura ingaggiano Moggi. In fondo non fanno altro che registrare un fatto di cronaca: il calcio è circondato, di nuovo espugnato e assediato dal suo interno. E non c'è nessuna cavalleria in arrivo capace di perforare o smuovere le sue mura e facce di gomma.