Vandenbroucke è pavese
INVERNO. Colline, tranquillità e buon vino. Frank Vandenbroucke in provincia di Pavia ha trovato l'ambiente ideale. Il ciclista belga, 32 anni il prossimo 6 novembre, da qualche mese è diventato pavese di adozione. Insieme all'amico Davide Posca, che ha una villa a Cascina San Giuseppe (frazione di Inverno e Monteleone), parte per allenamenti di ore. Ha percorso cosi parecchie migliaia di chilometri, facendo anche sette-otto corse tra gli amatori pavesi per trovare il ritmo di gara, cercando di non farsi beccare. E' stato scoperto, ma poco male. In provincia di Pavia è rinato e vuole dimostrarlo. Ha firmato da pochi giorni un contratto con l'Acqua&Sapone e il 16 settembre esordirà a Misano con la nuova maglia. Dopo la tormentata vicenda del doping (sei mesi di squalifica) e il lungo processo penale in Belgio, qui in Italia ha cambiato vita. Ed è talmente legato a questa terra che vuole trasferirsi in provincia di Pavia, magari proprio in Oltrepo: «Si, mi sto guardando intorno», ammette con un sorriso.
Vandenbroucke, come è andato l'allenamento?
«Bene, è il tredicesimo giorno consecutivo che riesco ad allenarmi con profitto, e per me è quasi un record. Sto trovando la continuità necessaria. E poi anche quando non vai molto, qui in provincia di Pavia ti diverti, ci sono percorsi molto belli. Mi ricordano le Ardenne».
Perchè ha scelto di vivere proprio in Italia?
«L'Italia l'avevo conosciuta perché avevo corso quattro anni con la Mapei, dal 1995 al 1998. Ma la cosa che mi ha legato a questo Paese è stata mia moglie. All'inizio siamo rimasti in Belgio, poi l'anno scorso ci siamo trasferiti in Italia, a Gudo Visconti, dove abbiamo una villetta».
Però per allenarsi viene a Pavia: perché?
«Grazie all'amico Davide Posca, che ha una casa qui a Inverno. Li nel milanese è dura. Devo fare 20 chilometri di pianura per arrivare in collina e soprattutto è pericoloso, c'è tanto traffico».
Da quanto frequenta la provincia di Pavia?
«Poco dopo il mio arrivo. Da ottobre ho questa casa a Cascina San Giuseppe come base operativa. Vengo qui tutti i giorni per allenarmi e spesso rimango anche a dormire. Grazie a Posca e a questa terra sono rinato».
Ci spiega?
«Beh, prima di arrivare qui stavo vivendo un momento difficile, forse il peggiore della mia carriera e della mia vita. In Belgio era diventata dura. Non c'era più tranquillità, per me e per la mia famiglia. Cosi siamo emigrati in Italia e le cose sono andate meglio».
Le piace la provincia di Pavia: verrà a viverci?
«Sto guardando un po' le case, forse troppo... Mi piace la zona di Santa Maria della Versa, quella del vino. Che è una mia grande passione».
C'è stato un momento della sua vita in cui ha detto: «mollo il ciclismo»?
«No, sulla bici non ha mai avuto dubbi. Ho avuto momenti in cui avevo difficoltà a concentrarmi, ma ho sempre creduto nelle mie qualità e ci credo ancora».
Nel 2002 le manette ai polsi per questioni di doping: li è cambiata la sua vita?
«Si, e anche per quello che è successo dopo. Gli interrogatori, il processo che è andato avanti per tre anni. Mi dicevo: è colpa mia, giusto subirne le conseguenze. Ma la mia famiglia avrebbe dovuto restarne fuori».
E invece è stata coinvolta: come dimenticare la storia delle fucilate?
«Quello fu un momento di depressione. Ma anche li fu ingigantito un episodio, e non avevo sparato a mia moglie o ad altre persone. Erano spari in aria, di rabbia».
Era stato condannato a 200 ore di lavori socialmente utili: le ha fatte?
«No, e ho pagato caro per spese legali e varie. Anche quella l'ho vista come un'ingiustizia. Perché ero disposto a svolgere le 200 ore di pena nel ciclismo, magari insegnando qualcosa ai giovani. Invece volevano farmi lavorare nelle carceri, cose che non serviva a niente a me e agli altri. In verità molti giudici hanno voluto farsi pubblicità grazie al mio nome».
Quando il vento è cambiato e ha visto la luce in fondo al tunnel?
«Da quest'inverno, proprio quando sono arrivato in questa zona. Ho ritrovato il piacere delle cose semplici. Andare dal panettiere, salutare un vicino. Senza essere stressato. Qui abbiamo immagazzinato tante energie positive e ho potuto tornare ad allenarmi bene, con la testa giusta».
La sua sfida più grande oggi è con le salite da fare o con i tifosi da convincere?
«Penso con i tifosi. Ci terrei a dimostrare che non sono quello che qualcuno ha voluto disegnarmi. La mia immagine non è molto positiva».
La si può cambiare?
«Ci vorrà un po' di tempo, non basta una vittoria. ci vorrà pazienza, ma ora mi sento forte e so che per altre quattro o cinque stagioni posso restare ad alti livelli. Ho cambiato vita, e voglio tornare ai vertici di un nuovo ciclismo. Io tra i giovani ai miei tempi ero il migliore. Oggi possono tornare a esserlo».
Si diceva qualche anno fa che senza doping era impossibile emergere: oggi è cambiato qualcosa?
«Penso che sono ormai pochi gli atleti che corrono il rischio di essere beccati. Ci sono stati più casi di doping, ma la differenza rispetto al passato è che i controlli si sono fatti più serrati. Comunque ho chiuso, ho una bella famiglia e spero di poter far parte di un ciclismo pulito».
Si andrà più lenti?
«Magari di due o tre all'ora, non mi pare un dramma».
Oggi o magari tra una settimana un ragazzo si troverà al bivio: prendo 'qualcosa" per provare a emergere o resto nell'anonimato: cosa può dirgli?
«Lascia perdere, non ne vale la pena. L'importante è stare bene con te stesso».
Come si fa a vincere?
«E' un mix di tante cose. Talento, allenamento e testa».
C'è una gara che vorrebbe vincere in particolare?
«Il mondiale. Però i sogni li metto un po' da parte. il mio obiettivo è fare quattro-cinque anni di carriera. Rifar vedere il campione che sono stato, dimostrare le mie qualità. A differenza del recente passato ora è tutto a posto: ho la tranquillità familiare, buoni amici, ottimi posti dove allenarmi. E c'è anche la testa».