«Borgo, bombardamento dimenticato»
PAVIA. «Quel giorno un pezzo di Pavia mori e io ancora mi batto, con altri per conservare la memoria di quegli eventi». Agostino Calvi, pensionato borghigiano doc, aveva 15 anni quel 4 settembre 1944, quando formazioni di 'fortezze volanti" angloamericane attaccarono Pavia. Fu il primo dei cinque bombardamenti il cui bilancio finale sarebbe stato terrificante: avrebbero lasciato distrutti la prima arcata di destra del Ponte Coperto, il ponte della ferrovia, l'intero Borgo Ticino, parte del lungoticino Visconti e quello che si chiamava il Ponte dell'Impero, oggi della Libertà. E 119 morti. E centinaia di feriti. I bombardieri sarebbero tornati ancora quattro volte: l'indomani, il 12, il 23 e il 26. E' il sessantaduesimo anniversario.
«Con il passare degli anni - lamenta Calvi, molto deluso e duro nella sua denuncia civile - Pavia si è dimenticata dei suoi morti. Per mettere quattro fiori al cippo in Borgo, bisogna ricordarlo al quartiere Pavia Storica, che è disattento. Quando c'era il quartiere in Borgo, invece, il 4 settembre 1944 veniva sicuramente ricordato. Con il passare del tempo, ci si è dimenticati. Io non faccio più alcuna proposta perchè l'esperienza mi ha insegnato che fanno orecchie da mercante».
«Siamo rimasti in pochi a tenere viva la memoria - continua Calvi - Abitavamo in via Milazzo 9, vicino al monumento della Lavandaia. Era un lunedi. Le undici circa. Quando suonò l'allarme, già cadevano le prime bombe da mille libbre. Ne caddero decine e decine, eravamo senza scampo. Negli anni ne abbiamo recuperate molte nel fiume, e una l'ho usata per costruire il cippo in piazzale Ghinaglia». Sotto quel primo bombardamento a tappeto, il signor Agostino perse la zia Anna Scaglioni di 47 anni, sua figlia Ines Bertoloni di 21 e il figlio di questa, Claudio di 6 mesi. «Il resto della nostra famiglia che vivevamo in quella casa - continua - cioè mio padre Ernesto e mia madre Giuseppina, mio fratello Vincenzo, sua moglie Silvana ed io abbiamo vagato per le campagne per sette o otto mesi. E cosi fecero centinaia di sinistrati del Borgo».
Il primo bombardamento fu il 4 settembre 1944. Quattro squadriglie aeree attaccarono da media quota i ponti sul Ticino. Preso in pieno il ponte ferroviario, appena sfiorati quelli dell'Impero e Coperto, il quale risaliva al 1354. Le bombe fuori bersaglio colpirono il Borgo e l'imbocco del ponte con via Milazzo, come pure Porta Salara: 26 morti e oltre 40 feriti.
I bombardieri tornarono il 5 settembre alle 10,30, in cinque ondate, ognuna con un carico di 2.700 chilogrammi di bombe. Centrarono il ponte dell'Impero e distrussero la prima arcata verso la riva destra. Intatti restavano gli archi del Ponte Vecchio. Quasi distrutta la copertura, scomparsa la cappella dedicata a San Giovanni Nepomuceno, la cui statua lignea verrà ripescata nel fiume. Intatta la palazzina della Canottieri Ticino. Colpito Borgo, via Milazzo un cumulo di macerie. Sparito il Teatro Bordoni (poi Cinema Ticinum).
Terza incursione il 12 settembre, ancora alle 10,30, Le fortezze volanti stavolta si accaniscono sul Ponte Coperto e ancora una volta mancano il bersaglio. Ma distruggono Porta Salara, le vie dei Longobardi, Sant'Ennodio, della Rocchetta. Soccombe la Canottieri Ticino.
Quarto attacco il 23 settembre. Le bombe cadono lontane. Un grappolo esplode alla cascina Acquanegra, all'imbocco di un tunnel rifugio. Strage: dai 30 ai 50 morti. L'ultimo colpo è del 26 settembre. Le bombe sono chirurgiche e il Ponte Vecchio si arrende. La prima arcata verso la riva destra è distrutta. Solo cinque colonnine restano delle cento che sostenevano il ponte. Adesso il lavoro è fatto e i pavesi possono sperare che di essere risparmiati. Cosi sarà, ma a che prezzo.
Nel settembre 1947, la prima arcata del Ponte Vecchio verso il centro crollò, trascinandosi appresso la passerella attraverso la quale i soldati austriaci avevano varcato il Ticino nel 1848 e invaso il Piemonte. La passerella venne riattivata nel 1950 e tolta nel 1951, quando si inaugurò il nuovo Ponte Coperto.
«Alla ripartizione polizia urbana del Comune - conclude Calvi - è custodito lo schedario dei sinistrati pavesi per eventi bellici. Sono ben 1.1.27 le schede intestate ai capifamiglia. Sulla lapide è scritto che il Ponte Veccchio fu demolito dalle furie della guerra. In realtà è stato demolito dalle impazienze della pace: venne anche demolita la porta storica sul lato verso Strada Nuova. Tutto questo abbiamo raccontato nel calendario dell'Avis del 1994, che abbiamo ripubblicato nel 2004. Ma Pavia non vuole ricordare, il mio cuore soffre». (s. c.)