Venezia, la Mostra del Cinema apre con lo spettro della concorrenza

VENEZIA. Il Leone sotto l'ombra della Lupa. La 63ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che si aprirà, come ogni anno - questa sera in Sala Grande, con l'attesa proiezione di «Black Dahlia» di Brian De Palma, con le dive Scarlett Johansson e Hillary Swank che caleranno in laguna, nasce con la tensione mascherata ma inevitabile, legata al confronto con la nascente Festa del Cinema di Roma, che la seguirà a distanza di qualche settimana. Per la prima volta Venezia vede profilarsi un serio concorrente sul territorio nazionale, là dove è tra l'altro il cuore della produzione cinematografica italiana.
Il presidente della Biennale Davide Croff, il direttore della Mostra del Cinema Marco Müller e lo stesso sindaco Massimo Cacciari - con toni e accenti diversi - hanno più volte ripetuto come tra Roma e Venezia non concorrenza ci sia, ma collaborazione, per manifestazioni che avranno target e pubblici diversi. Tutto plausibile, ma la concorrenza è già nei fatti - al di là delle migliori intenzioni dei diretti interessati - e sulle pagine dei giornali è già iniziata da tempo, sollecitata da qualche dichiarazione in libera uscita dei protagonisti. Per questo, per allontanarla sul nascere - al di là dei problemi cronici delle sue strutture, con un nuovo Palazzo del Cinema ancora tutto di là da venire, e di un'offerta di servizi e accoglienza ai suoi ospiti che resta purtroppo insufficiente e che il confronto con ciò che Roma prepara sotto questo aspetto, rende stridente - Venezia ha bisogno che questa Mostra sia un grande successo, che ne riaffermi la centralità e il prestigio. Perché se cosi non fosse, e la veltroniana Festa di Roma di Sean Connery, Nicole Kidman, Robert De Niro e della già dichiarata dimensione popolare dovesse invece sfondare, scatterebbero, inevitabilmente, i processi. Questo Croff - a poco più di un anno dalla scadenza del suo mandato, con le persistenti voti di avvicendamento e nonostante le dichiarazioni di stima del neoministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli - e Müller lo sanno bene. Il fiore all'occhiello, è, per quest'anno la presentazione in anteprima mondiale di tutti e 21 i film in concorso. «Una scommessa importante - ha già detto il direttore della Mostra - perché comporta anche il rischio di un insuccesso. Ma i risultati ottenuti, al botteghino e agli Oscar, dai film che l'anno scorso furono presentati in prima internazionale, ci hanno spinto a fare questa scelta». Un Festival, che, nonostante una presenza americana molto forte vuole accentuare il suo ruolo di vetrina di sperimentazione si fa quest'anno più ecumenico, con ben 27 Paesi rappresentati. Soprattutto il concorso si prevede al calor bianco, con De Palma, Resnais, Amelio, Frears, Verhoeven, Cuaròn, Tsai Ming-Liang che partono in prima fila, ma con molti altri registi di qualità pronti ad inserirsi nella lotta per i Leoni. Ma è anche sulla selezione dei film italiani - con i quali, negli ultimi anni la Mostra non è stata molto generosa - che si gioca, con Roma, una partita strisciante. Anche qui è necessario che il terzetto italiano in concorso - con la Cina di Gianni Amelio, gli Stati Uniti Emanuele di Crialese e l'Italia degli 'adottati" Jean-Marie Straub e Danièle Huillet - si dimostri all'altezza per spegnere sul nascere ogni possibile polemica degli esclusi. La Mostra dovrà poi, come ogni anno, vincere la sua battaglia organizzativa - e l'anno scorso c'è riuscita molto meglio di quello precedente - cercando soprattutto di favorire quel pubblico giovanile che cala in laguna entusiasta e motivato e che per questo non va 'maltrattato".
Enrico Tantucci