Centro storico, parrocchie da dimezzare

PAVIA. La rifondazione delle parrocchie di Pavia, come ha annunciato il vescovo Giovanni Giudici, ormai è all'ordine del giorno. A anticipare ciò che può accadere è monsignor Gianfranco Poma. «Il progetto - dice - presentato dieci anni fa dai parroci al vescovo Giovanni Volta venne rinviato, adesso i tempi sembrano maturi. Nel centro storico pare che quattro parrocchie siano più che sufficienti, rispetto alle otto attuali. Se ne può immaginare una per quadrante: Cattedrale più San Teodoro più parte di San Mauro; San Michele più San Primo, Carmine più San Gervasio e Protasio, San Francesco che resterebbe sola. Per quanto riguarda la periferia, un esempio: San Pietro in Verzolo e Santa Maria delle Grazie si unirebbero».
Monsignor Poma, qual è secondo lei la filosofia che ispira il vescovo Giudici, riassunta nella formula: 'piccole comunità di preti per gestire più parrocchie insieme"?
«E' un disegno, a mio modo di vedere, necessario, imposto dal ridimensionamento del numero dei preti. Ma non è solo, credo, un discorso meramente organizzativo, di organigrammi. Si tratta di reinterpretare la religiosità e la presenza cristiana nella società. Anche la Chiesa deve rivedere le proprie modalità di presenza sul territorio. Naturalmente colgo nelle parole del vescovo l'estrema e delicata attenzione alla gradualità del cammino da compiere. Egli è un pastore molto saggio. E' un processo che non coinvolge solo i preti, ma la comunità dei fedeli nel suo complesso».
La riorganizzazione investirà l'intera diocesi?
«Ho la sensazione di si. Le parrocchie sono ineliminabili perchè rappresentano il radicarsi della comunità cristiana sul territorio. D'altra parte, l'organizzazione cittadina è ormai datata e richiede modalità diverse».
Di qui il progetto di accorpamento.
«Io non parlerei di accorpamento, ma di rifondazione della realtà della parrocchia, per adeguare la presenza della Chiesa pavese alla realtà pavese in evoluzione. Quindi, non una rivoluzione burocratica, ma il tentativo di fare comprendere che la parrocchia è un insieme di muri e di anime, di calciobalilla e di spiritualità».
Cambiamo tema. Il cardinale Giovanni Battista Re ha detto che la visita del Papa è da immaginare con scadenze più lontane.
«Ho percepito nelle parole del cardinale una preoccupazione e una raccomandazione rivolte ai pavesi: non manifestare eccessivo entusiasmo ma nemmeno abbattersi. Il pontefice non chiude a Pavia, semplicemente apre ancora di più a Sant'Agostino le cui sacre spoglie sono in Ciel d'Oro. Sta a noi cogliere la straordinaria opportunità che il Santo Padre ci offre e valorizzarla. Il cardinal Re apprezza la genuina fede dei pavesi per Sant'Agostino».
Pavia sta per vivere l'esperienza del Festival dei Saperi: come lo giudica?
«Il cartellone è molto bello, lo spirito che lo anima anche. Aggiungerei un'avvertenza. La città non ha bisogno di una crescita quantitativa, ma qualitativa, di senso. Spero che il Festival valorizzi il vissuto di Pavia, che i saperi diventino il sapere».
Il Papa nell'Angelus ha detto che la Chiesa deve essere attenta all'ecologia, al creato e ha invitato i fedeli a pregare per la salvezza del mondo e per uno sviluppo sostenibile.
«Benedetto XVI invita non solo a pregare, ma ad assumere un impegno concreto. Per prima cosa ha messo in guardia sull'uso che si fa del creato, un uso indiscriminato. La vita non può più limitarsi ad usare e consumare la vita. In secondo luogo, del creato si fa un utilizzo egoista. C'è qualcuno che spreca e qualcuno che non ha niente. Salvaguardia del creato vuol dire rispetto, non finalizzazione semplicemente allo spreco, al dispendio, ma anche distribuzione, affinchè tutti gli uomini godano delle risorse».
In che modo questa direttiva del pontefice potrà tradursi in un impegno pastorale dalla Conferenza episcopale fino alle singole parrocchie?
«Il Papa dice che le questioni sono gravi e non si può più procedere in modo indiscriminato, poichè le risorse del mondo sono limitate e il rischio di arrivare a una saturazione è reale e grave. Quindi, in primo luogo il Papa pone il problema della sensibilizzazione, in secondo quello del rispetto della vita, in terzo quello di una equa distribuzione dei beni, nella logica del superamento dell'egoismo personale e comunitario».
Lei si aspetta che la Conferenza episcopale lombarda adotti iniziative?
«Intanto si manifesta una spinta. Le parole del Papa le ho percepite come una sollecitazione alle chiese, alle comunità e alle singole persone. Attenzione, non solo ai cattolici ma ai seguaci delle diverse fedi religiose. Questo ha detto Benedetto XVI: a questo punto tocca a ciascuno di noi muoversi».
Pavia capitale della qualità ecologica può avere un ruolo?
«Certamente si. Pavia ha l'occasione per sperimentarsi come laboratorio concreto di questa visione. Ciò richiama tutti, dalle autorità comunali al singolo cittadino. Visto che siamo in tema di Festival dei Saperi, questo è un sapere».
L'imput ecologista del Santo Padre si ricollega a quello dato nell'Angelus della domenica precedente: l'invito all'uomo a non 'lavorare troppo", a non lasciarsi assorbire dalla smania produttivista, ad accogliere la logica dello sviluppo sostenibile.
«Credo che i due discorsi siano collegati: ecologia e lavoro. Sono tra le tematiche forti di questo pontificato. Dietro alle due questioni, però se ne affaccia una terza che le ricomprende: perchè la Chiesa benedettiana si focalizza su questi temi? Il Papa parla di creato sottintendendo un giudizio religioso: il recupero della natura come divina, per saperla gustare come dono di Dio».
Quindi il Papa ci invita a prepararci a un prossimo Occidente meno benestante, più frugale, meno attratto dai falsi miti della modernità.
«Proprio cosi, un mondo in cui trovino più spazio la dimensione contemplativa, la spiritualità, perchè i nostri figli saranno più poveri di noi e per molti sarà un trauma doverlo accettare».