Verso il Libano. «Missione storica»
(Da bordo della portaerei Garibaldi). Soldati e operatori di pace. Il premier Romano Prodi, il ministro della Difesa Arturo Parisi, i vertici delle forze armate e del Sismi salutano cosi i 2153 comandati alla missione in Libano, l'«operazione Leonte», dall'antico nome del fiume Litani.
Contingente italiano sotto il comando dell'Unifil, la forza di pace messa insieme dall'Onu - e soprattutto dai paesi europei - per portare serenità a una regione dilaniata dalla guerra recente e da odi antichi. Duemilacentocinquantatre uomini e donne, ed è solo il primo invio, capaci «di agire con grande discernimento e profondo senso di umanità», incoraggia Parisi dal ponte della portaerei al suo ultimo anno di servizio come ammiraglia della Marina. Fra un anno ci sarà la Cavour, quasi pronta nei cantieri di Riva Trigoso, a Genova. Ma niente toglierà alla Garibaldi la gloria delle sue missioni.
«Siate forti e prudenti», incoraggia il premier Prodi nel suo discorso di saluto dal ponte della Garibaldi. Sullo sfondo un aereo AV8B, a decollo verticale, orgoglio della Marina italiana. Più in là, in mare, i mezzi anfibi San Marco, San Giorgio e San Giusto, con le truppe, e la corvetta Fenice, d'appoggio.
Per una mezzora il lavorio continuo della navigazione in mare aperto si ferma. Tutti hanno modo e diritto di ascoltare quello che l'Italia, attraverso Prodi, ha da dire: «Vi seguiremo con trepidazione, perché si tratta di una missione delicata, di enorme portata storica, ma vi seguiremo con orgoglio e con con fiducia, sapendo che voi, pur portando le armi, andrete in terra libanese esclusivamente per portare pace, in stretta osservanza di quanto sancito dalla nostra Carta Costituzionale».
Il mandato, assegnato dalla risoluzione numero 1701 del Consiglio di Sicurezza, è quello di restituire al Libano piena sovranità sul proprio territorio. Non di disarmare i miliziani di Hezbollah né di respingere le truppe israeliane oltre i confini.
«Compiti precisi - dice Prodi - che discendono da scrupolose, inequivocabili, robuste 'regole d'ingaggio"». Il che vuol dire che la missione non sarà una passeggiata di salute. Ma non sarà neppure «lo sbarco in Normandia», come precisa più tardi il capo di Stato Maggiore ammiraglio Gian Paolo Di Paola.
La missione del contingente italiano sarà il modo in cui 2153 uomini e donne, e quelli che li seguiranno e li sostituiranno fra due mesi, dimostreranno nel concreto che «l'Italia è finalmente tornata ad avere un ruolo importante nella diplomazia internazionale e, ancora di più, fa sentire la sua voce nell'area del bacino Mediterraneo», spiega Prodi. Poco prima, il ministro della difesa Parisi ha parlato della missione come una «tra le più delicate e impegnative dalla fine della seconda guerra mondiale». Una «missione lunga, rischiosa, costosa, difficile», ha aggiunto. Tutti aggettivi che dovrebbero scoraggiare, annientati dall'ultimo citato dal ministro: «Una missione doverosa».
Sarebbe sbagliato pensare a una sottovalutazione dei rischi. Le parole del ministro fanno capire quanta consapevolezza è stata trasmessa agli uomini e alle donne della missione circa «le difficoltà da superare e i pericoli da sventare». Ma anche dopo essere stati «addestrati tecnicamente e motivati spiritualmente» gli uomini vanno incoraggiati. Parisi lo fa scegliendo la Costituzione («l'articolo 11 del patto che è alla base della nostra Repubblica ci chiede di rifiutare la guerra») e chiudendo il suo discorso con un «Viva la pace».
Tanto parlare di pace è tutt'altro che un cedimento verso un generico «volemose bene». Lo spiega, non agli uomini ma ai giornalisti, il generale Fabrizio Castagnetti, in partenza per il Palazzo di Vetro, a New Tork, dove rappresenterà l'Italia nella struttura di supporto al comando strategico assegnato al Segretariato generale delle Nazioni Unite. I compiti assegnati alle forze armate italiane sono due: «Assistere le forze armate libanesi e impedire che ci siano azioni ostili».
Come? Dove? Lo chiarisce l'ammiraglio Di Paola. Intanto «non abbassando la guardia poiché la situazione è comunque rischiosa». Sul dove la destinazione è Tiro, un'area larga 15 chilometri e lunga 20 tra la città, il fiume Litani e il mare dove «è sempre in agguato la minaccia terroristica».