«Io a Beirut con Angioni»


PAVIA. «In Libano? Ci andrei a nuoto. Quei sei mesi nel 1982 con il generale Franco Angioni e i suoi uomini sono stati per me indimenticabili». Don Giuseppe Orticelli, parroco di San Michele, 66 anni, pavese, ex-delegato delle Caritas lombarde in Kosovo, racconta il 'suo" Libano, quei sei mesi da marzo a settembre 1982 come cappellano del contingente italiano. Lo fa con nostalgia e una punta di malinconia per non poter partire con l'Operazione Libano-bis tricolore. Ma anche con la consapevolezza di aver maturato un'esperienza irripetibile.
«Il contingente - comincia - si chiamava tecnicamente Italcon, cioè Italian Contingent. Operò a Beirut dalla fine del 1981 al febbraio del 1983 come forza di interposizione con lo scopo di evitare il ripetersi di un altro massacro come quello di Chabra & Chatila, in cui vennerò uccisi un gran numero di palestinesi. Io approdai in Libano alla metà di marzo del 1982».
Come mai fini a Beirut?
«Andò cosi. Era stato fatto un attentato a una pattuglia del Battaglione San Marco sulla strada dell'aeroporto di Beirut in cui due militari erano stati gravemente feriti. Uno, colpito alla spina dorsale, sarebbe morto in ospedale. L'altro aveva avuto l'intestino trapassato da un proiettile e, dopo molte operazioni chirurgiche, se la sarebbe cavata. Ebbene, io fui incaricato di accompagnare a Beirut i parenti di questo giovane».
Quale funzione svolgeva?
«Ero cappellano al comando Marina di Roma. Mi occupavo, al ministero della Marina, dell'ufficio per la promozione del benessere del personale».
Ricorda il suo arrivo a Beirut?
«Arrivammo con il Dc9 presidenziale di Sandro Pertini. I parenti del giovane si trattennero presso l'ospedale per una settimana, perchè la prognosi rimaneva riservata e papà e mamma volevano continuare ad assisterlo ed io rimasi al loro fianco. La mia permanenza a Beirut si sarebbe protratta per sei mesi, come cappellano del contingente italiano».
Dove la alloggiarono?
«Presso il Battaglione San Marco. Il contingente italiano era diviso in tre parti: il raggruppamento centrale, un'unità chiamata Rubino con i paracadutisti e Sierra Mike con il San Marco. Il comando era in una punto strategico, davanti al mare. In tutto al comando del generale Angioni c'erano circa duemila militari italiani».
Quale fu il suo primo compito?
«Quello di cercare di raccappezzarmi nel guazzabuglio libanese. Se non capivi non riuscivi ad agire e a renderti utile. Non fu affatto facile».
Perchè?
«Sul teatro martoriato del Libano agivano tante componenti, tutte perennemente in lotta le une con le altre: Cristiani maroniti, Sciiti, Sunniti, Drusi, mentre gli Israeliani se ne stavano appostati a sud di Beirut: con loro non avevamo contatti».
Riusci a orientarsi?
«Dopo molto tempo e a prezzo di grandi sforzi. Mi misi meticolosamente a prendere contatto con le varie componenti, gli unici con cui non riuscii a entrare in relazione furono i Drusi perchè presidiavano le colline ed era estremamente pericoloso tentare di raggiungerli. Cercavo libri e riviste per documentarmi. Mi confrontavo con gli italiani che risiedevano a Beirut da più tempo. A un certo punto conobbi il dottor Risk, proprietario dell'ospedale in cui venivano ricoverati i nostri feriti, un libanese che era stato anche ministro degli esteri. Evidentemente era cristiano maronita, la componente che pesava di più».
E' stato coniato persino un termine 'libanizzazione" che la dice lunga sull'intrico di etnie e fazioni di quel Paese.
«Il Libano di prima che ci arrivassi io era una Repubblica fondata sulle comunità, cioè sulle etnie. Ognuna aveva le proprie regole. La Costituzione prevedeva che il capo del governo fosse sempre un cristiano maronita e il presidente del parlamento sempre un sunnita, mentre gli sciiti avevano altre cariche importanti. L'equilibrio si era mantenuto bene per tanti anni cosi da dare al Paese una certa agiatezza, per cui veniva chiamato la Svizzera del Medio Oriente. Naturalmente il denaro aveva il suo peso».
Poi cosa accadde?
«Quando nel Settembre Nero la Giordania cannoneggiò, massacrò ed espulse i Palestinesi, si pose il problema di trovare un luogo dove mandarli. E si scelse di allestire campi profughi in Libano. L'Onu dava contributi allo Stato per queste presenze. Essi installarono uno Stato nello Stato e l'equilibrio tra le varie comunità che aveva fatto la fortuna della 'Svizzera" del Medio Oriente saltò per aria».
In che modo?
«Con l'iniezione palestinese, gli Sciiti divennero maggioranza e cominciò il logorio sociale dovuto ai sopprusi che gli Sciiti perpetravano ai danni delle altre comunità. Questo avveniva a Beirut, mentre nel Sud del Libano i Palestinesi continuavano la loro campagna contro Israele. Fu li che le forze del maggiore Haddad, cristiano maronita non legato al governo di Beirut, accrebbero la loro influenza con il sostegno logistico e morale degli Israeliani, finchè non assalirono i campi di Chabra e Chatila in cui vivevano i Palestinesi. Fu un massacro».
E dopo?
«Ecco perchè la comunità internazionale deciso l'invio del contingente di pace. Era composto da Americani, Francesi della Legione Straniera, una rappresentanza simbolica degli Inglesi e dagli Italiani».
Come si muoveva Angioni?
«All'inizio della mia presenza, nel marzo 1982, il nostro ingaggio era chiaro. Ma la mia sensazione, ripensandoci oggi, è che gli Sciiti e i Drusi di tanto in tanto sparassero, provocassero qualche incidente, qualche imboscata, mirando ai nostri depositi di munizioni. Colpirono un paracadutista, ricordo, ma non sono mai riusciti a prendere di mira il deposito centrale. I nostri soldati avevano l'incarico di pattugliare Chabra e Chatila. La mia sensazione è che la tranquillità relativa non fosse altro che l'attesa del momento propizio per colpire».
Perchè pensava questo?
«Ricordo un episodio. Andando all'ospedale una volta vidi vari camion e pullman radunati in una piazza con intorno donne, bambini, generi alimentari, vettovaglie e tanti bagagli. Si affacendavano febbrilmente, poi partirono tutti. Quella sera stessa si scatenò il finimondo di bombe. Li avevano avvisati ed erano scappati. La missione italiana virtualmente esauri il suo ruolo quando i soldati furono costretti a restare rintanati nelle trincee dietro i sacchetti di sabbia».
Quando rientrò in Italia?«Ai primi di dicembre del 1982, destinato all'Accademia Navale. Angioni con il contingente sarebbe rientrato a Livorno a febbraio 1983, sotto un diluvio, atteso sulla banchina dal presidente Pertini».

Sisto Capra