"Io, contadino dell'Ottocento"

VOLPEDO.Povertà, lavoro duro e il miraggio dell'emigrazione. Nell'Ottocento, Volpedo, borgo agricolo tra peschi e vigneti, non era poi cosi diverso dal resto d'Italia. Giuseppe Pellizza, che li aveva scelto di vivere, tradusse la sua sensibilità verso le precarie condizioni di vita dei braccianti in un'opera divenuta un simbolo della giustizia sociale. Gli attori-paesani l'hanno fatta rivivere, immedesimandosi in quelli che potevano essere i loro antenati. Francesco Fanelli, che nella vita fa l'agricoltore, ci racconta la sua esperienza: «Interpretavo Giacomo Zarri, contadino anche lui. Lavorava per la famiglia Pellizza e a un certo punto, rimasto vedovo con due figlie, decide di tentare la via dell'emigrazione in Argentina. Anziché la proverbiale America, vi trova una vita altrettanto difficile. Non dimentica, però, Pellizza e gli scrive una lettera per raccontargli della miseria che forse gli impedirà persino di tornare in Italia. Il pittore morirà prima che questa missiva arrivi a destinazione: a quei tempi ci volevano almeno quaranta giorni. Alla morte di Pellizza, Zarri, rimpatriato in qualche modo, contribuirà con i pochi soldi che aveva alla realizzazione del busto che oggi si trova nell'atrio del municipio». Fanelli è felice della sua esperienza teatrale, dove interpreta un agricoltore: «Il teatro è terapeutico, quando reciti sei davanti al giudizio di tutti: o ti dai da fare o rischi la scena muta! Il nostro sul Quarto Stato è uno spettacolo per certi versi tragico: quella gente non aveva niente per vivere, tutta la terra buona era in mano ai grandi feudatari o alla curia. I Pellizza, invece, erano piccoli proprietari e offrivano saltuariamente lavoro ai contadini. Si sentivano molto più vicini ai loro problemi».