Chi disarmerà Hezbollah?


ROMA.Mantenere la pace o imporla? Mettere il Libano sotto la tutela di un contingente militare con diritto di uccidere o favorire la sovranità nazionale del paese dei cedri, lasciando alle truppe di Beirut il compito di disarmare Hezbollah? Preparare contingenti addestrati al combattimento o al mantenimento dell'ordine? A tre giorni dal cessate il fuoco in Medioriente e a poche dal dispiegamento delle forze libanesi nel Sud, il Palazzo di Vetro non ha ancora sciolto i dubbi sulle regole d'ingaggio per i 15mila militari chiamati a indossare il casco blu delle Nazioni Unite.
«Peace keeping e peace forcing non sono proprio la stessa cosa», spiega una fonte militare della Difesa. «Nel primo caso si tratta di mantenere una tregua fra due parti che hanno scelto la via diplomatica, nel secondo si tratta di imporre la pace con il rischio di essere coinvolti nel conflitto». Sembra una lezione elementare di strategia militare. Eppure è il nocciolo della questione che preoccupa politici e Stati maggiori, non solo in Italia. Per questo, ogni volta che la politica dichiara disponibilità veloci, in via XX settembre i sorrisi si fanno tirati.
«Siamo pronti? Lo siamo come sempre. Dovrebbero solo spiegarci pronti a fare che cosa», continua l'anonimo ufficiale. La spiegazione, ovviamente, la devono dare le Nazioni Unite, dove ieri francesi e israeliani hanno cominciato a discutere compiti e composizione del contingente. Per oggi è prevista una riunione tecnica fra esperti Onu e paesi partecipanti al contingente, italiani compresi. L'obiettivo è rendere operativi, entro dieci giorni, 3500 soldati Unifil. Con il solo compito di mantenere la pace, è stato ribadito da Hedi Annabi, vice di Kofi Annan proprio per il peace keeping.
Sarà possibile rispettare le indicazioni Onu e il diktat della Casa Bianca secondo la quale non spetta alle Nazioni Unite disarmare Hezbollah? Il realismo dei militari induce a pensare un «no». Ma questo significa poco. In questi casi non decidono i militari ma la politica. I soldati si limitano a tenere un solo punto fermo. Qualsiasi siano la consistenza e il mandato del contingente, i militari saranno sottoposti al codice militare di guerra. Un escamotage burocratico per tutelare gli eredi in caso di eventi tragici.
Continuano, intanto, le indiscrezioni su come verrà composto il contingente italiano, un quinto dell'intera forza Unifil. Indiscrezioni puntualmente smentite da Palazzo Chigi ma abbastanza vicine alla realtà. Il primo impiego dovrebbe riguardare la marina e i marines italiani, assaltatori del San Marco e Lagunari. Si parla di cinque navi, comandate dalla portaerei Garibaldi. Tre dovrebbero essere le unità anfibie: San Marco, San Giorgio e San Giusto. Sono quelle con le quali opera la Forza nazionale di proiezione dal mare, composta da un migliaio di uomini.
Secondo queste indiscrezioni la composizione del contingente, all'inizio, non dovrebbe riguardare altri che gli equipaggi della squadra navale e i fanti del mare. Solo in una seconda fase dovrebbero arrivare le forze corazzate, l'aeronautica per il controllo del terreno (si parla di impiegare i droni Predator già usati in Iraq) e i carabinieri.
Descritta cosi non sembra proprio una missione di peace keeping ma di imposizione della pace. Nel primo caso i primi a partire sarebbero i carabinieri, con compiti di polizia militare.

Lucia Visca