Israele: grande offensiva fino al Litani
GERUSALEMME. Luce verde alla grande invasione. Dopo giorni di discussione fuori e dentro il governo, il consiglio di guerra israeliano ha votato ieri per l'allargamento dell'intervento di terra nel Libano del sud. Una decisione sofferta, presa dopo oltre sei ore di riunione dall'organismo che riunisce i ministri più importanti dell'esecutivo assieme ai vertici militari: a favore del piano di invasione sino al fiume Litani, sono stati tutti gli uomini con le stellette e buona parte dei ministri. Nove, nella conta finale, i si. Tre, invece, gli astenuti: i vicepremier Shimon Peres di Kadima ed Eli Yishai dello Shas, e il laburista Ophir Pines-Paz. E ieri sera - secondo la tv di Tel Aviv - le prime colonne di blindati sono entrate nel Libano meridionale per cinque chilometri con la copertura di un intenso fuoco di artiglieria dando via all'offensiva. Ma il portavoce dell'esercito ha smentito: è stato aperto solo un nuovo fronte, niente grande offensiva.
Il piano deciso dal governo prevede l'ingresso di 30mila dei 100mila riservisti già mobilitati sino ad ora dalle forze armate. Le truppe di terra saranno aiutate nel loro impiego dalla chiusura dello spazio aereo libanese e avranno come obiettivo il raggiungimento del fiume Litani, trenta chilometri a nord del confine di Israele. Dovrebbero distruggere le basi di lancio dei razzi katyusha.
In sostanza, però, lo scopo di Tsahal è l'annichilimento delle milizie Hezbollah. Più chiaramente, secondo le parole di uno dei principali analisti, Alex Fishman di Yedioth Ahronot, il più diffuso quotidiano del paese: «Israele dovrà semplicemente preparare un'area più estesa per la forza internazionale, un'area ripulita dalla presenza di Hezbollah». Anche a costo di molte vittime tra i soldati, di cui si comincia anche a quantificare il numero: fino a cinquecento morti.
Che la nuova offensiva sia comunque imminente lo si era capito dai movimenti delle truppe al confine nord, dove Israele aveva già iniziato a oliare la macchina militare. Di cui fa parte anche il cambio al vertice che, a sorpresa, è stato deciso due giorni fa e che ha suscitato malcontenti nei quadri al confine. Udi Adam, a capo del comando nord, è stato affiancato da Moshe Kaplinski come rappresentante di Danny Halutz, il capo di stato maggiore. Il generale Kaplinski, che è già nella forma vice di Halutz, sarebbe in sostanza il più importante nella catena di comando, e dovrebbe a questo punto guidare l'allargamento dell'intervento. Gli esperti di cose militari interpretano la mossa come un vero e proprio colpo all'autorità di Adam, designato al comando nord nell'ottobre del 2005. E anche come la necessità di utilizzare gli uomini più esperti: Kaplinski aveva partecipato al ritiro dal Libano nel 2000, era molto vicino ad Ariel Sharon e viene da una lunga esperienza nelle zone settentrionali del paese.
In movimento, da ieri, è anche il mondo politico. Mentre sinora la reazione militare contro Hezbollah aveva avuto il mandato pieno dei partiti, la decisione di allargare l'intervento di terra comincia a dividere lo spettro politico. La Knesset, ieri, si presentava spaccata tra destra e sinistra. Con la prima, dai partiti religiosi sino al Likud ora all'opposizione, unita nel sostegno al governo, sottolineando semmai che la decisione di inasprire l'opzione militare è arrivata con un mese di ritardo. E con la sinistra che non partecipa alla coalizione di governo severa nel criticare l'ok all'intervento in grande stile. Il presidente del gruppo parlamentare del Meretz, Zahava Gal-On, l'ha definito una «trappola mortale», mentre altri esponenti del suo partito, Yossi Beilin compreso, interpretano la decisione come un passo che non risolverà i problemi. Semmai, dicono, allontanerà la soluzione diplomatica.