La trasfigurazione fa per noi
N ella narrazione della trasfigurazione ritroviamo i tre testimoni della risurrezione della figlia di Giairo: Pietro, Giacomo e Giovanni. Li troveremo anche nel Getsemani. C'è uno stretto legame tra questi tre episodi. Il primo manifesta il potere di Gesù sulla morte. La trasfigurazione è un'anticipazione della gloria della risurrezione. Anche qui, come nel battesimo, si fa sentire la voce del Padre che parla dalla nube. Ma questa volta non si rivolge soltanto a Gesù, ma ai tre discepoli.
Il titolo di «Figlio mio prediletto» che richiama allo stesso tempo la regalità del Messia e il destino del Servo di Dio, conferma la verità di ciò che Pietro non ha ancora accettato: che la glorificazione del Messia si realizza attraverso la sofferenza. In più, alla rivelazione fa seguito un comando: «Ascoltatelo!».
La parola del Padre viene ad appoggiare l'insegnamento di Gesù sulla sua passione e risurrezione. In questa prospettiva, la trasfigurazione appare come l'anticipata manifestazione della gloria di Cristo. Dal racconto della trasfigurazione dobbiamo imparare che solo nella luce della risurrezione si comprende il mistero della croce. La trasfigurazione, e non la sfigurazione, è il punto di arrivo dell'uomo e dell'universo. Il nostro volto non è quello disfatto dallo sfacelo della morte, ma quello trasfigurato della risurrezione.
La trasfigurazione corrisponde alla vita nuova che il battesimo ci conferisce attraverso la croce: un'esistenza pasquale, passata dall'egoismo all'amore, dalla tristezza alla gioia, dall'inquietudine alla pace. Sul nostro volto deve brillare il riflesso del volto del Risorto che è il volto stesso del Padre. Anche a noi, che meditiamo in questo giorno la sua trasfigurazione, Cristo ripete le parole che disse un giorno alla Beata Angela da Foligno: «Non ti ho amato per scherzo!». E ancora: «Non ti ho conosciuto standomene lontano».
Chi ascoltò la prima volta queste parole ne fu colpita come da «una ferita di dolore» perché vedeva che in lei avveniva tutto il contrario: che il suo amore non era che per scherzo, all'acqua di rose, incapace di accettare un po' dei dolori del Redentore. Ed era una santa! Che dire di noi? La meditazione della passione dell'anima del nostro Redentore non deve ispirarci solo contrizione e dolore, ma anche speranza. Speranza per noi e per i fratelli; da essa dobbiamo attingere le parole da dire a chi, nella vita, è umiliato e offeso, a chi è oppresso e calpestato, a chi, come Gesù, è un vinto. Vinto da ogni sorta di nemico, compreso quello più terribile di tutti «l'ultimo nemico» che è la morte.
C'è una forma di questa sconfitta di fronte alla vita che è assaporata, in questo momento, da tanti fratelli intorno a noi, forse nella nostra stessa casa. Essa ci fa tanto paura che neppure osiamo nominarla ad alta voce. La chiamiamo «il male brutto» o «quel male». Un male, di fronte al quale si lotta con la certezza di essere già dei vinti, mortalmente vinti. Questa malattia rende tanto vicini al Gesù del Venerdi Santo e, in particolare, al Gesù del Getsemani.
Bisogna non nascondere a chi è colpito da questo male una tale speranza, perché in essa si nasconde il loro riscatto e la loro vittoria. Gesù fu vinto, ma anche vincitore, anzi vincitore proprio perché vinto («Victor quia victima», dice sant'Agostino). Attacchiamoci pure a tutti i rimedi e le speranze della scienza.
Terminiamo questa meditazione, dicendo semplicemente: Grazie, Gesù, perché hai sofferto per noi tutto ciò che hai sofferto e perdonaci se finora non ti abbiamo saputo riamare che «per scherzo».