Un atto di civiltà e saggezza
Mi sembra un atto di saggezza e di civiltà la proposta del ministro dell'Interno, Giuliano Amato, fatta propria dal governo Prodi, sulla cittadinanza agli immigrati residenti qui, ininterrottamente, da cinque anni e ai figli nati in Italia. L'avranno, con alcune successive verifiche (linguistiche e sociali), rapidamente, assieme al diritto di voto. Quindi, se lo vorranno, potranno più facilmente integrarsi nella nostra società o comunque vivere con minori problemi nel nostro Paese. Mentre vi sarà una stretta sulle cittadinanze acquisite per via matrimoniale. L'obiezione di fondo mossa dall'ex vice-premier Gianfranco Fini non è priva di ragioni: badate bene che ottenere in tempi più brevi la cittadinanza italiana non equivale a volersi integrare qui. Soltanto il futuro potrà dare risposta.
A me pare che la decisione del governo Prodi rappresenti un passo avanti importante verso la costruzione di condizioni di esistenza più stabili, più «normali» per quegli immigrati i quali vogliano comunque vivere e lavorare fra di noi e per i loro figli nati qui da almeno un genitore residente da un quinquennio. Secondo il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, le richieste di cittadinanza dovrebbero ammontare a 18mila all'anno, contro le 10mila attuali. Anche se c'è l'incognita rappresentata dai 630mila «regolarizzati» dal precedente governo. Quanti di essi avranno i titoli per presentare la domanda? Impossibile rispondere.
Una ricerca ancora recente del Censis ci dice che gli immigrati risultano più ottimisti di noi sul futuro, più propensi a nuove sfide, anche professionali, costituendo cosi una iniezione di fiducia per l'intero Paese. In effetti, se leggiamo i rapporti delle Prefetture, se andiamo sui posti di lavoro, o alle Camere di Commercio dove si registrano le nuove ditte artigiane e commerciali, l'affermazione del Censis ne esce convalidata. Ne emerge, ad esempio, che il 70 per cento degli immigrati intervistati ritiene che i propri redditi aumenteranno, il 61,3 per cento lo pensa dei consumi e il 41-42 dei risparmi. Da altre statistiche sappiamo che oltre 60 immigrati ogni cento spediscono rimesse finanziarie ai Paesi di origine. Una quota analoga dispone già di un conto corrente bancario oppure postale e il 41 per cento di un bancomat. Se sommiamo quelli che hanno già comprato un alloggio a quanti hanno contratto un mutuo per farlo, arriviamo ad un quinto degli intervistati. Poi ci sono altrettanti che intendono seguirli. Tutta gente, dunque, che sta mettendo radici per una vita «normale», in un Paese «normale», al quale concorrere, da cittadini, anche col voto.