Diario di un viaggio nell'Africa nera: le storie di solidarietà

PAVIA. Aula del ‘400 gremita per ascoltare fratel Elio Croce, comboniano, missionario in Nord Uganda. È stato proiettato 'The invisibile children", diario di un viaggio in Uganda al St.Mary's Hospital di Lacor (Gulu, Nord Uganda), che con Pavia e gli studenti di medicina oramai ha uno speciale legame fatto di esperienza in loco e di relazioni. Il video ha dato un volto ai 'night commuters", pendolari della notte, creazione di una guerra civile che dura da oltre vent'anni: sono bambini, anche se in Uganda a sei anni già si è adulti e capifamiglia se mancano i genitori. Bambini che ogni notte si nascondono per non essere rapiti dai ribelli. I pendolari della notte si rivolgono al Lacor Hospital per trovare ospitalità: nei periodi peggiori ne arrivavano oltre 15 mila a notte, oggi sono circa quattro mila. Fratel Elio è da 36 anni nel distretto di Gulu: 500 mila abitanti, l'80% vive nei campi per i rifugiati.
Ma in tal modo esposto a povertà, epidemie e furia dei miliziani. Il risultato? Per il 40% della popolazione l'acqua potabile resta di fatto irraggiungibile, si vive quarant'anni, se tutto va bene.
Se si riesce a diventare grandi: «perché i ribelli attaccano anche i college, il 50% dei bambini non può più studiare, molti sono costretti a diventare bambini soldato» racconta fratel Elio. E poi c'è l'Aids, che colpisce il 25% della popolazione in età fertile. Su Aids, profilattici, posizione della Chiesa e prevenzione si è aperto un acceso dibattito: fratel Elio si è spinto a sostenere che «i condom non servono a nulla», che l'unica via praticabile è quella di «amare fedelmente» e dell'«astinenza», associandosi in ciò alla posizione del presidente Museveni. Nei campi profughi l'incidenza dell'Aids è altissima. In questi luoghi precari per definizione, la povertà estrema ha come conseguenze l'alcolismo, la prostituzione, la delinquenza giovanile. «La strada delle armi è quella più facile per trovarsi da vivere». Fratel Elio dopo ogni battaglia seppellisce tutti i morti. E i ribelli se ne ricordano, quei ribelli che prima dello scoppio della guerra si conoscevano per nome, tutti parte di uno stesso esercito. Ora «ribelli, esercito e civili si combattono, e poi si trovano fianco a fianco nei letti dell'ospedale, accomunati dal dolore», tanto che «finiscono per giocare a carte insieme dopo qualche giorno», a rimarcare «l'assurdo di questa insensata guerra per il potere» tra i 33 gruppi tribali di questo minuscolo stato. Al St.Mary Hospital si cerca di venire incontro ai bisogni immediati, di proporre un rimedio per le conseguenze di una guerra fatta per interessi e cause intricate.
Tutto si fa sulla base di «spirito di amicizia e solidarietà cristiana», forse per questo, accenna fratel Elio, «le bombe che sono cadute sull'ospedale non hanno fatto morti né feriti». Provvidenza? Il St. Mary's fa miracoli ogni giorno, e ha contribuito a fermare l'epidemia di Ebola del 2001 con strumenti rudimentali e spirito di sacrificio di medici e infermieri. È finanziato in piccola parte dal governo ugandese, ma per la maggiore quota da donazioni estere raccolte dalla fondazione 'Piero e Lucille Corti": di qui l'importanza dei gruppi locali, come quello degli studenti di medicina di Pavia, che 'lavorano da qui" per migliorare la situazione laggiù. «Come sta Osama Bin Laden?» chiede Nicola Cocco, uno degli studenti pavesi che hanno trascorso il mese di dicembre nell'ospedale. Fratel Elio sorride: «Osama sta bene, e la sua mamma è tornata». Ma non è un terrorista: è uno dei bimbi abbandonati all'ospedale dalle madri in fuga dai guerriglieri con un cartoncino al collo e la speranza di ritrovarsi sani e salvi.
Anna Ghezzi