Cessate il fuoco, scontro Israele-Rice
F ermeremo il fuoco solo quando la forza internazionale sarà dispiegata nel sud del Libano». Se pure vi fosse stata qualche timida speranza di un rapido cessate il fuoco, il premier israeliano Ehud Olmert l'ha subito spenta con le sue dichiarazioni di ieri. Dovrebbe esserci - insomma - un cambio della guardia immediato, nei desiderata di Olmert, per arrivare al cessate-il-fuoco su cui la diplomazia internazionale continua a lavorare senza sosta. Via l'esercito israeliano, dentro la forza multinazionale sotto mandato Onu, fatta - se possibile - di «unità combattenti».
Una richiesta impossibile da realizzare, ribattono gli analisti. Nessun paese in predicato di mandare i propri soldati accetterà di inviarli senza una situazione chiara sul terreno, senza una tregua in atto. E prima che le armi tacciano. Soprattutto, nessuno dei paesi indicati da Olmert ieri, in testa italiani, francesi e turchi, vuole prendere il posto degli israeliani, ma piuttosto conservare senza ambiguità la loro funzione neutrale.
Continua, dunque, il braccio di ferro tra comunità internazionale e Israele. Continuano anche gli attriti tra il governo Olmert e il suo alleato di ferro, l'amministrazione Bush. Intanto, la responsabile per l'immagine del presidente Usa nel mondo musulmano, Karen Hughes, ha definito «oltraggiose» le dichiarazioni di uno dei ministri del governo israeliano, secondo il quale la comunità internazionale aveva dato «luce verde» agli israeliani per continuare gli attacchi. I dissapori, poi, proseguono anche sulla questione dei tempi, che sono stati al centro di una frizione a distanza tra il segretario di stato americano Condoleezza Rice e il vicepremier israeliano Shimon Peres, volato a Washington per convincere la Casa Bianca della bontà della linea del governo Olmert e ricevere ulteriore sostegno.
Per Peres, dall'alto di una lunga carriera in cui ha assistito a tutti i conflitti col Libano, i combattimenti dovrebbero durare «settimane, non mesi». Un'affermazione che non è molto piaciuta a Condy Rice, che vuole mettere fine a una situazione ormai quasi ingestibile non in settimane, bensi in giorni. La Rice continua, di fatto, a pensare che entro la fine di questa settimana si possa arrivare a una risoluzione sul cessate-il-fuoco.
Questioni non di lana caprina, quelle sul tempo. Anzi. Questioni considerate fondamentali soprattutto dagli strateghi. Che, come descritto con puntigliosità da uno degli opinioni del quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, Alex Fishman, sperano in un ritardo della diplomazia (e soprattutto in una dilazione strappata agli Stati Uniti) per «guadagnare» altro tempo, arrivare alla fine di questa settimana, entrare nella prossima e consentire l'ingresso della riserva, delle truppe di terra dentro il Libano. Ma non per occuparlo, perché - Olmert precisa - Israele non vuole rioccupare il Libano. Anzi. Il conflitto in corso, secondo il premier, potrebbe dare una mano al disimpegno parziale in Cisgiordania.