Csm, Mancino è il nuovo vice presidente

ROMA. Nicola Mancino, 75 anni, Margherita, è il nuovo vice presidente del Csm. Un ex democristiano, proprio come il suo predecessore, il pavese Virginio Rognoni. Anzi, come Rognoni, un reduce della sinistra democristiana, partito nel partito quando brillava la stella di Ciriaco De Mita. Mancino, ex presidente del Senato e ministro dell'Interno è stato eletto subito all'unanimità.
Un segnale che molti, per primo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno accolto come un rasserenamento nei rapporti fra politica e giustizia. L'elezione di Mancino, ha detto infatti il capo dello Stato in un breve discorso davanti al Csm, «è il sicuro indizio di un percorso che tende a privilegiare il metodo del dialogo e della ricerca di ampie e motivate convergenze nelle decisioni riguardanti i più importanti problemi in materia di giustizia». Napolitano ha raccomandato ai magistrati «serenità, riservatezza ed equilibrio» e li ha invitati a operare nel Csm «al di fuori di logiche correntizie». Ma li ha anche assicurati che sarà «garante» dei valori per cui il Consiglio è stato pensato nella nostra Costituzione. E ha indirettamente ribadito che sarà necessario modificare la riforma della Giustizia approvata dal governo Berlusconi.
Il ruolo del Csm, ha infatti sottolineato, «si rivelerà particolarmente utile nei prossimi mesi, allorché dovranno essere elaborate e prese in esame nelle sedi opportune iniziative di modifica della recente riforma dell'ordinamento giudiziario, nonché di revisione sistematica di norme processuali e sostanziali».
Insomma i magistrati potranno e dovranno dire la loro sulle riforme che riguardano la giustizia. Una linea condivisa anche da Mancino che rivendica al Csm il diritto di dare propri pareri su progetti di legge «in grande collaborazione con il ministro della Giustizia e con il Parlamento». «Vorremmo essere una famiglia del dialogo, che rende un servizio al Paese», ha comunque sostenuto il nuovo vicepresidente. E ha invitato tutti i membri del Csm, sia i «togati» che i «laici» di maggioranza e opposizione, a dialogare insieme per «il miglioramento dei rapporti tra politica e giustizia», ma anche per essere un esempio «nel mondo politico e nel Paese».
Per quanto riguarda la legge sull'ordinamento giudiziario, Mancino ha invece sostenuto che «c'è l'urgenza non di cancellare, ma di migliorare il testo». E rispetto al pericolo di un nuovo sciopero di protesta dei magistrati, ha avvertito che bisognerà comunque attendere i tempi parlamentari in base ai quali il Senato esaminerà il 20 settembre il disegno di legge di sospensione della riforma.
La sua elezione all'unanimità è stata salutata con soddisfazione dal centrosinistra, ma anche da esponenti della Casa delle libertà, e in particolare dall'Udc. Non a caso Mancino ha ricevuto gli auguri di Prodi e Bertinotti, ma anche quelli di Casini. «Mai come in questo caso - ha sottolineato il leader centrista - il metodo è sostanza: il consenso unanime segnala un clima finalmente diverso su cui è necessario lavorare tra maggioranza e opposizione. (a.p.)