Per due anziani regole inflessibili

Domenica mattina mio fratello, in ossigenoterapia 24 ore al giorno, mi fa notare che la bombola dalla quale dipende forse si esaurisce prima della fornitura di lunedi. Mi reco dalla guardia medica che mi scrive l'impegnativa per ritirarla presso la farmacia di turno Maestà (che ne è sprovvista) e farmacia Rovello Strada Nuova (zona pedonale). Essendo in macchina mi reco al comando vigili. Un solerte tutore dell'ordine mi indica la tabella orari per il pubblico che non contempla la domenica. Mi permette però di spiegare che vorrei un permesso per accedere in Strada Nuova senza incorrere in sanzioni. Mi risponde che il permesso occorre ritirarlo con un giorno in anticipo, mi consiglia, essendo insieme ad un altro fratello di posteggiare la macchina in piazza Castello ed uno di noi due trasporta la bombola a piedi. Noi siamo due pensionati che non abbiamo mai, in gioventù, fatto sollevamento pesi: optiamo per portare la macchina in garage e prendere il taxi. Il 22 luglio sulla Provincia pavese è pubblicato che il Comune e le Asl provvedono a distribuire materiale informativo per gli anziani: però la gente deve arrangiarsi da sola!
Giuseppina RossiPavia

Moggiopoli, uno scandalo
che parte da lontano

E intanto imperava Calciopoli o Moggiopoli dei nostri giorni. Chi di noi non ha assistito ad un incontro di calcio. Al «centro» del quale una superata «giacchetta nera» (senza alcuna particolare ammirazione per quel funesto colore) era destinataria di indistinte invettive di una tifoseria vincente come di quella perdente. Dal che i più coloriti epiteti, indifferentemente se l'arbitro di turno aveva diretto l'incontro in perfetta regolarità o in perfetta buona fede almeno. Chi avrebbe mai potuto immaginare che a distanza di qualche decennio avremmo dovuto scoprire che il termine «arbitro» si sarebbe trasformato in «arbitrio», se quest'ultimo si sarebbe sempre più piegato alle «designazioni-indicazioni» di chi poteva «accelerare» la propria carriera, o avrebbe elargito allettanti compensi (orologi aurei compresi)? Sicchè la funzione arbitrale si andò configurando come potere discrezionale, soggetto soltanto a quelle irresistibili blandizie. Tutto ciò, quanto nella più assoluta innocenza ed inconsapevolezza di squadre e ambiente giornalistico, entrambi fiancheggiatori? Disincantato, oggi la tifoseria, anche quella più irriducibile, si ritrova illusa e truffata nel suo più semplice candore. Ma è effetto, come ci svelano le cronache odierne, di una «legge dello spogliatoio» che ubbidiva ad un sistema che scavalcava le regole del calcio. Sorpresa? Non proprio per la pletora di interessati «addetti al cantiere». Un «cantiere», apparentemente senza fine e confini, che però non erano in pochi a denunciarne irregolarità, illeciti e soprusi. «Già nel '79 Moggi concordava le partite», denuncia l'ex centravanti Carlo Petrini. E chi non ricorda le analoghe dichiarazioni e rivelazioni di tal Zdenek Zeman? Denunce di tutto quanto «nel calcio si fa ma non si deve dire», puntualmente ignorate da arbitri, allenatori compiacenti, dirigenti e presidenti di società calcistiche, oggi giunte al pettine delle maldigerite interecettazioni telefoniche, e non solo. Un «mondo marcio» che certamente non risarcirà ai pochi Petrini o Zeman per l'oltracismo, in campo e fuori di esso, che hanno dovuto subire. Eppure, nonostante l'evidenza dei fatti acclarati, c'è qualche «dio minore» che recita la parte della vittima, nel tentativo di far credere che quel verdetto dei giudici sportivi rientra nella solita strategia della «persecuzione politica» contro di lui, ordita da certa Magistratura o da ex Procuratori. Ma è come gridare:al lupo, al lupo!. Nella speranza che qualche allocco abbocchi. E non si liquidi con il solito giudizio di «falso moralismo» la preponderante esigenza della base «nazional-popolare» che chiede garanzie e regole certe, cui soccorrano magari strumenti tecnici come la moviola in campo, che valgano a «rigenerare» il mondo del calcio.
Alberto Volpevia e-mail

La Fondazione Sartirana
dalla parte della pace

Gli eventi drammatici di Beirut e la distruzione di quanto, faticosamente, il Libano era riuscito a ricostruire dopo 15 anni di guerra civile, impongono anche a noi, in qualche modo «operatori di pace», una protesta forte con una dichiarazione di solidarietà ad una popolazione coinvolta in un nuovo sanguinoso evento.
Con la Provincia di Pavia la Fondazione Sartirana Arte ha lavorato da oltre 10 anni in Libano, Siria, Egitto ed Israele con attività culturali e di formazione.
A Beirut, Saida, Damasco, Aleppo, Tel Aviv, Hebron e Gerusalemme ci siamo costruiti molti amici e relazioni durature, collegando Istituzioni e Musei, artigiani, artisti ed autorità locali, sempre nello spirito della collaborazione e dello scambio di esperienze costruttive.
Attraverso gli organi di comunicazione (sia della stampa che della televisione) abbiamo cercato di sottolineare, compresi e ricambiati, quanto positivo fosse un lavoro comune sul tema della bellezza (sarà questa a salvare il Mondo?).
Bellezza ricercata, proposta, costruita con manufatti, che artisti ed artigiani frequentano da tempi immemorabili e che, insieme, si può rinnovare con linguaggi contemporanei comuni, pur nella specificità di culture diverse.
«La via del vetro» è stata un primo progetto, partito da Beirut, anche con il contributo dell'Università di Pavia e della Regione Lombardia, che ha segnato tappe significative di incontro con gli operatori attivi in questo settore anche in Siria, poi ad Istanbul e a Il Cairo, ora in Israele.
Ideale collegamento con le tradizioni millenarie che legano, tutte indistintamente, le culture del mediterraneo tra di loro strettamente e a quelle europee, attraverso il ponte che Venezia ha rappresentato.
A Saida, con la Fondazione Hariri, dopo il work shop sull'oreficeria con 60 donne libanesi, sono (erano?) in preparazione molti altri progetti, cosi come sviluppi proficui delle attività con i vetrai siriani, egiziani ed israeliani.
Parimenti l'ospitalità offerta dalla Provincia di Pavia a studenti libanesi di tutte le etnie e confessioni religiose per settimane di vacanza studio è una testimonianza vivente del processo in atto e dei suoi eccellenti risultati.
Collaborazione, costruzione, sviluppo, amicizia: tutti termini vanificati dalle armi e dall'odio che si riaccende.
Il diritto alla coesistenza pacifica tra i popoli viene distrutto da azioni terroristiche inaccettabili cosi come dallo «eccesso di reazione» (cosi la chiamano i politici) che non aumenterà certamente il numero degli amici di Israele.
L'impotenza degli organismi internazionali e la tiepidezza degli stati (anche dell'Europa) non fa che aumentare il dolore per quanto sta succedendo e a spingerci a riaffermare il rifiuto della guerra come strumento di composizione dei conflitti tra i popoli.
Il nostro piccolo gruppo di «operatori di pace attraverso la condivisione e lo scambio di operazioni culturali» chiede anche alla Provincia pavese di contribuire a fermare la guerra.
Giorgio Fabrizio ForniIl Direttore Fondazione Sartirana Arte

Vino in frigorifero?
C'è un costo da pagare

Torno dal bar. In realtà no, torno dagli amici; ma prima sono andato al bar. Ero in anticipo. Ne approfitto per passare in negozio a prendere una bottiglia di bianco siciliano da portare dagli amici. Mezz'ora di anticipo... posso sedermi in qualche bar, leggiucchiare la Provincia, bevucchiare un aperitivo. Ecco, sulla piazza dove poco fa si celebrava la concordia della cittadinanza per la vittoria, un piccolo bar che mi aspetta. Entro. Non mi lascio scoraggiare dall'aria ghiacciata del condizionatore, ordino un aperitivo. Poi chiedo un favore 'visto che poi devo andare dagli amici, non è che per caso potete mettermi al fresco la bottiglia che devo portare a casa loro?"
Occhi esorbitati, faccia muta, ho toccato un punto dolente? 'No, non si può. Al limite l'avesse comprato da noi... Ma cosi non possiamo".
Forse sarà il mio accento che denota la mia provenienza, e si voleva farmi un ultimo scherzo (o dispetto) per la vittoria della nazionale (italiana) contro la nazionale (mia) pochi giorni prima. Sarà più probabilmente che a Pavia certi commercianti fanno un po' troppo i conti, e dimenticano che i rapporti fra le persone possono essere anche diversi dal solo pagare il conto alla cassa. Sarà questo il comportamento di commercianti che consentono alla nostra bella città di vivere, e di non essere desertificata per la concorrenza dei centri commerciali? Il commerciante potrà continuare a far girare i suoi conti, ma contando nello specifico su un cliente in meno.
Jerome Massianivia e-mail