Lo strano feeling tra l'ex comunista e la donna di ferro di George W. Bush
ROMA. Sono arrivati insieme. Lui in abito blu, con in mano i fogli del documento da leggere in inglese, gli occhi in continuo movimento. Lei in tailleur chiaro, i muscoli immobili, le braccia lungo il corpo. Prima che tutto cominciasse si sono scambiati qualche battuta chinandosi l'uno verso l'altro. Perché in quel momento i protagonisti erano loro, Massimo D'Alema e Condoleezza Rice. Il ministro degli Esteri ex comunista, volato a Washington per dire agli americani che l'Italia se ne andava dall'Iraq, e padrone di casa di una delle più rilevanti iniziative per la pace in Medio Oriente degli ultimi anni.
E il segretario di Stato statunitense dal pugno di ferro, tra i più ascoltati consiglieri del presidente George W. Bush.
Per D'Alema è un successo politico e di immagine. E' teso, legge in inglese cercando la buona pronuncia e inciampando un paio di volte, ma sa che il solo fatto di aver riunito a Roma i ministri degli Esteri di quindici paesi, oltre alla Ue, l'Onu e la Banca Mondiale, è comunque un passo verso la strada della pace.
Per la Rice è l'incontro con un uomo che conosce poco, ma con cui deve andare d'accordo per costruire un nuovo, e per gli Stati Uniti positivo, rapporto con l'Italia del centro sinistra. Ed è anche per lei un successo perché ha tenuto le posizioni a un tavolo in cui aveva quasi tutti contro.
E' presto per dire se si è creato un asse virtuoso Rice-D'Alema, ma sicuramente i giudizi positivi che ieri si sono intrecciati sui risultati della conferenza si devono in una certa parte all'intesa tra i due. Cosi come quelli negativi partono dalla constatazione che è stato ottenuto tutto il possibile ma non quello che D'Alema non ha potuto 'strappare" alla sua collega di Washington.
E forse è stato proprio il nuovo rapporto che i due ministri egli Esteri stanno costruendo tra Italia e Stati Uniti ad aver ispirato la proposta venuta ieri pomeriggio da Beirut. Il presidente del parlamento libanese, lo sciita Nabih Berri, si è detto pronto ad accettare una mediazione italiana che possa portare a uno scambio di prigionieri: «Tra un'ora, un giorno, una settimana», ha detto. Romano Prodi gli ha risposto in serata ribadendo quello che ripete dai giorni del vertice del G8 di San Pietroburgo. «Mediazione? E' una parola forte, certamente l'Italia svolge un ruolo pacificatore. E senz'altro», ha aggiunto Prodi, «è stato riconosciuto l'impegno del nostro paese per fare abbassare la tensione in Medio Oriente e per far dialogare le diverse parti. Ed è un fatto estremamente importante che Roma sia stata scelta come sede di questa conferenza.
Prodi ha naturalmente espresso un giudizio molto positivo sui risultati della conferenza.
E di questo si è ieri compiaciuto lo stesso capo dello Stato. «Credo di interpretare», ha detto Giorgio Napolitano, «un sentimento di soddisfazione generale largamente condiviso dall'opinione pubblica e da tutte le forze politiche per il risultato positivo della Conferenza di Roma e per il riconsocimento che ne è venuto per il ruolo svolto dall'Italia». (p.v.b.)